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THE OTHERS

locandina REGIA: Alejandro Amenábar.
SCENEGGIATURA: Alejandro Amenábar.
CAST: Nicole Kidman, Fionnula Flanagan, Christopher Ecclestone, Alakina Mann, James Bentley, Eric Sykes, Elaine Cassidy, Gordon Reid.
MUSICHE: Alejandro Amenábar.
DURATA: 101 minuti.

Favola gotica di un promettente regista spagnolo, Alejandro Amenábar, noto al grande pubblico per “Apri gli occhi”, film recentemente e felicemente (dovrei dire contraddittoriamente, considerando certe reazioni di parte del pubblico) oggetto di un remake di Cameron Crowe in “Vanilla Sky”, “The Others” ha rappresentato una delle più felici sorprese della recente stagione cinematografica.

Amenábar ha scritto e diretto l’intero progetto, curando perfino le musiche: sintomo e segno di un eclettismo inconsueto e di una talentuosa propensione, forse, all’arte totale. Il clima del film, scrivevo in apertura, è gotico: per non scoperchiare eccessivamente, adesso, le tradizioni delle case infestate, o delle anglosassoni ghost stories, mi limiterò ad affermare che, singolarmente, l’atmosfera della vicenda può richiamare il vecchio “Giro di vite” di H. James e “Il velo dissolto” di George Eliot, in ambito letterario; in ambito cinematografico, fermo restando più di un debito nei confronti del “Sesto Senso” di Shyamalan, come vedrete, la storia può ascriversi ad un filone che, spesso e volentieri, precipita nel b-movie o nel kitsch, come quello delle haunted houses: ma il soggetto e la sceneggiatura sono curati così in profondità che la raffinatezza letteraria del film evita qualsiasi capitombolo.

Ambientato in un’isola, nel 1945, in una villa soffocata da una nebbia sinistra, narra le vicende di una donna, Nicole Kidman, e dei suoi due bambini, costretti a vivere nella penombra per via di una esasperata fotofobia: la guerra è finita da poco, e il ritorno del marito e padre dal fronte angoscia i tre protagonisti del film. La moglie è persuasa ch’egli non potrà più tornare: i piccoli trascorrono il tempo in un clima d’attesa, di tristezza e di sgomento inesorabile, appena mitigato dalle fantasie tetre e lugubri della sorella maggiore, eccezionalmente dotata di una vocazione alla narrazione delle storie di spettri. Non tardano a presentarsi elementi perturbanti: onde evitare che i piccoli possano essere esposti alla luce, ogniqualvolta la madre passa da una stanza all’altra dell’elegante villa chiude ermeticamente la porta a chiave; e proprio quando si presentano i nuovi domestici per domandare d’essere assunti, la signora s’accorge che non potevano aver risposto a nessun annuncio perché la lettera mai era stata spedita al giornale. Tuttavia, subito accetta i tre nuovi domestici in servizio, convinta probabilmente dal racconto della loro precedente permanenza in servizio, decenni prima, nella stessa villa. Ulteriore elemento perturbante, nelle primissime battute del film, risiede nel tentativo, per così dire, pedagogico della madre di spiegare ai piccoli che, oltre al paradiso, all’inferno ed al purgatorio, esiste un limbo dove, per l’eternità, vengono segregati i bambini che dicono menzogne. Un osservatore attento torna con la memoria al limbo dantesco e intuisce immediatamente il voluto inganno della madre: si insinua così il dubbio sull’effettiva natura dell’affermazione della donna. In primo luogo non ha senso parlare di limbo, quando potrebbe essere sufficiente agitare lo spauracchio dell’inferno; in seconda istanza, un limbo dedicato a chi mentisce sembra suggerire al pubblico che presto si assisterà ad una inversione della realtà.

Niente è come appare. Come sempre.

Ricapitoliamo: assistiamo ad un film ambientato in una villa che pare erigersi in una zona del crepuscolo di dylandoghiana memoria, dove ogni giorno si ripete simile al precedente. Siamo in un’isola: dell’isola vediamo esclusivamente una villa. In questa villa vivono, segregati dal mondo esterno, una madre e due bambini che attendono il ritorno impossibile del padre dal fronte: e, misteriosamente, si presentano tre domestici di ritorno nell’isola dopo molto tempo.

Ed ecco il precipizio gotico. La bambina inizia ad asserire che in casa ci siano ospiti. Allude ad un bambino, di nome Victor, sostenendo ch’egli pretenda che la casa sia sua e dei suoi genitori: i racconti della piccola spaventano a morte il fratello e la madre, che, dapprima furiosa per quelle che ritiene tetre menzogne o lugubri fantasiose della figlioletta, in seguito si fa sospettosa e inizia a percepire strane presenze in casa. I domestici non sembrano affatto spaventati dagli strani eventi narrati dalla signora: all’opposto, una di loro allude all’ipotesi che il regno dei morti e il regno dei vivi possano essere in comunicazione, giurando di credere che non vi sia nulla di straordinario in quanto sta avvenendo, né nulla di preoccupante.

Amenabar è abilissimo, da questo punto in avanti, nel confondere le idee del pubblico: tra funebri libri fotografici, apparizioni di (apparenti) vecchie streghe, confusi tentativi di recuperare la memoria di un evento tragico avvenuto in un passato distante, la tensione rimane altissima e si propende a credere all’inganno della narrazione sino al termine della pellicola.

Evitando di procedere oltre nella narrazione della trama, mi soffermerei su qualche elemento simbolico e sul tema topico delle opere del regista spagnolo, prima di concludere.

Il simbolismo in The Others non rifugge da topoi o da cliché narratologici: come si diceva in apertura, l’idea di isolamento è composta da immagini piuttosto consuete. Impressionante, però, la presenza della nebbia e la totale incomunicabilità con l’esterno che pervade il film: giocato su una attesa, appunto, impossibile, del ritorno d’un sacerdote che benedica la casa, dell’arrivo d’un postino che ritiri la corrispondenza, del ritorno d’un uomo da una guerra finita da tempo, della sparizione della fitta coltre di nebbia. Eppure, uno di questi quattro eventi avverrà: e attenzione alla mimica facciale del personaggio, che non annuncerò, perché riesce ad esprimere quanto le frammentate e singhiozzate battute che pronuncia evitano di pronunciare.

Altro cliché effettivamente ben giocato è quello della presenza dei testi sacri: i bambini sono educati alla lettura della Bibbia e spesso ne leggono passi ad alta voce. Inutile tornare sulla presenza – spesso invertita, da buona tradizione demoniaca – dei testi sacri nel cinema di genere gotico: registriamo che neppure questo aspetto è stato trascurato. Non si rifugge da qualche ironia, a questo proposito, ad esempio a proposito del ruolo della colomba: l’apparizione dello spirito santo è letta dai bambini in senso letterale, non si evita la coprolalia. La memoria passa d’istinto alla colomba di Blade Runner, l’apparizione dello spirito santo- della vita, della coscienza- nell’androide, nella creatura creata da chi si è fatto creatore: l’uomo. Ma è un cortocircuito ermeneutico non richiesto dal film, una deviazione dello spettatore. I bambini parlano delle colombe che tubano e sporcano i davanzali: e questo basti ad allentare la tensione.

Ultimo cliché che merita qualche attenzione è quello della presenza di una figura non silenziosa, ma muta. Tra i tre domestici, vi è una giovane che ha misteriosamente perduto la parola tempo prima: ad esprimere l’ineffabilità della sua condizione, l’orrore per qualcosa che deve aver visto, o conosciuto, perdendo per sempre la capacità di nominarlo. L’esperienza del niente non si può pronunciare: lo sgomento è infinito e le parole rimangono inespresse. Questa figura, così, passa per i corridoi ammonendo lo spettatoreche si approssima una consapevolezza, nei personaggi, che potrà sgomentare o spaventare lo spettatore stesso. Il pubblico deve prima credere all’inganno, e quindi esultare nel compiacimento del trionfo dell’immaginazione.

Concludo ribadendo come, dopo “Apri gli Occhi”, questo “The Others” rappresenti l’ennesima attestazione di una meditazione di Amenábar sulla percezione della realtà: e promette decisamente qualcosa di definitivo, la ricerca di questo giovane regista, o, quantomeno, qualcosa di originale, in futuro. Una volta appurato e accertato che nulla è come appare, e che la nostra stessa memoria può tradire dimenticando o rimovendo quel che è avvenuto, Amenabar indaga la realtà attraverso segni e simboli: interessante il ruolo che affida all’esterno, all’alterità: guardiani della conoscenza, traghettatori verso la verità, testimoni della memoria rimossa.

In sostanza, “The Others” è un piacevole film di genere: il regista ha talento e classe, l’idea è appassionante e divertente, l’interpretazione della Kidman accettabile, eccellente invece quella della domestica muta e della domestica anziana, figura cardine della storia e della memoria della villa.

Per l’erudizione letteraria e la cura dei simboli, merita un ulteriore plauso.

Attendiamo un nuovo passo avanti del giovane Amenábar. Nel frattempo, sincero apprezzamento e grande fiducia.

Gianfranco Franchi (Lankelot.com) Agosto 2002

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