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REGIA: Ten Shimoyama
CAST: Megumi Okina, Yoichiro Saito, Koji Okura, Reiko Matsuo
SOGGETTO: Kazukiyo Morishita, dal romanzo di Shukei Nagasaka
SCENEGGIATURA: Goro Nakajima, Takenori Sento |
Voto: 9/10
- - La trama - -
Otogiriso è la parola che i giapponesi usano per indicare l’erba
di san Giovanni, un fiore giallo che significa vendetta, nel linguaggio
dei fiori. Questi fiori circondano la lugubre e misteriosa villa che
Nami Kikushima ha ereditato in seguito alla morte della madre.
Così la ventenne Nami, chiede al suo ex fidanzato, Kohei Matsudaira
di accompagnarla a visitare la casa e magari a scoprire qualche cosa
in più sul suo passato, dato che, Nami, non ha mai conosciuto
i suoi genitori e della sua infanzia ricorda solo una scalinata in quella
casa e il ritratto di un re in cima a quella scala su cui, però,
mai si era avventurata.
Kohei non si lascia pregare. E’ l’occasione per stare ancora
con Nami e magari riconquistarla e ricominciare il loro rapporto ma
è anche l’occasione per raccogliere materiale interessante
per gli scenari del videogame che insieme ad altri due ragazzi, suoi
amici, sta realizzando.
Così, armato di computer portatile, telefono cellulare e videocamera,
Kohei accompagna Nami alla villa. Al loro arrivo incontrano il custode
che per tanti anni ha sorvegliato la dimora della vera famiglia di Nami,
senza però mai incontrare nessuno interessato a visitarla o abitarla
ancora. Consegna loro le chiavi contento che, finalmente, l’unica
e ultima erede della famiglia sia venuta a prendere possesso della villa.
I due ragazzi entrano nella casa, Kohei filma ogni singolo centimetro
delle stanze che lentamente i due visitano con l’intenzione di
mandare tutto telematicamente ai suoi amici in modo tale che questi
possano costruire una pianta virtuale della casa in cui ambientare il
gioco.
La dimora è immensa, lugubre, impolverata. Alle pareti ci sono
dei terrificanti quadri che si rivelano essere le opere del grande e
famoso pittore Kaizawa. Kohei non perde tempo a collegare i tasselli
e dedurre che Nami è la figlia del pittore e che quindi è
la diretta discendente di Kaizawa.
Titubanti, incuriositi e spaventati al tempo stesso, i due ragazzi aprono
le porte chiuse della casa esplorandone il contenuto. La cucina, il
bagno, una camera da letto con una culla... la culla che era stata di
Nami?... Probabile. Un carillon. Nami lo apre e trova dentro una vecchia
foto di due bambine, due gemelle. Sul retro due nomi: Nami... Naomi.
Allora Nami aveva una sorella gemella. Mentre i due ragazzi fantasticano
su Naomi e quale sia stato il suo destino e dove possa trovarsi ora,
Nami afferma di aver sentito la voce di una bambina. Kohei cerca di
tranquillizzarla, dicendole che è stato solo frutto della sua
immaginazione. In effetti anche sul nastro della videocamera non c’è
nulla, nessuna voce registrata.
Proprio mentre controllano il nastro la finestra alle loro spalle, per
il vento, si spalanca. Kohei si accinge a chiuderla e trova sul davanzale
una chiave. Che sia la chiave che apre l’unica porta della casa
rimasta chiusa? E’ presto detto. I due ragazzi si precipitano
alla porta rimasta chiusa e la aprono. Al suo interno uno studio. E
in uno dei cassetti della scrivania un altro mazzo di chiavi. Ma le
porte sono finite... almeno così sembra.
I due iniziano ad esaminare lo studio e trovano una porta segreta. La
aprono con quelle chiavi che hanno appena trovato ed entrano. Al suo
interno quello che sembra lo studio segreto di Kaizawa li attende. E’
lì che il grande pittore creava le sue opere... è lì
che trovano una bambola. Kahei la tocca, la volta per guardarla meglio
sotto la luce della fiamma del suo accendino e i due scoprono che quella
che pensavano fosse una bambola di porcellana è in realtà
il corpo mummificato di una bambina... che sia Naomi? La sorellina di
Nami che i giornali dell’epoca ritrovati nella scrivania dello
studio riportavano come scomparsa nelle vicinanze del lago?
Ma le cose non sono mai quelle che sembrano e la casa dove da piccola
abitava Nami nasconde molti altri terribili segreti. I due ragazzi li
scopriranno uno dopo l’altro, ricostruendo il passato di Nami,
la vita del pittore Kaizawa e liberando la vendetta che nella casa era
rimasta chiusa per quasi vent’anni fino ad arrivare al sorprendente
finale, anzi... ai sorprendenti finali.
Voto: 7,5
- - Considerazioni - -
Un film insolito non per la trama, la quale sfrutta l’ormai inflazionato
tema della casa abbandonata e terrificante, quanto per la sua realizzazione.
Il film è stato realizzato come un videogioco, dal quale ha preso
spunto. La storia infatti sembra sia stata utilizzata per un gioco uscito
nel 1992 per il SuperNes, consolle giapponese. Si snoda tra schermate
del computer e scene girate in presa diretta attraverso la videocamera
di Kohei, con uno stile che molto ricorda “The Blair Witch Project”.
Per tutta la prima parte, infatti, vediamo quasi tutto attraverso l’occhio
della telecamera e seguiamo Nami mentre apre le porte e si guarda attorno
curiosa e terrorizzata. Questo finché le batterie della videocamera
non si esauriscono e il film torna ad essere realizzato come un normale
film.
Ma non è solo questa la peculiarità di questa pellicola.
Attraverso l’obiettivo della videocamera o con le normali riprese,
il film ha un ritmo da videoclip. Accelerate, repentini cambi di inquadratura,
zoomate, ci accompagnano per tutta la durata del film. Improvvisamente,
mentre stiamo seguendo un dialogo, la scena cambia e ci mostra per pochi
secondi le scene dei ricordi di Nami e della scalinata oppure il pittore
Kaizawa all’opera attorniato da delle bambole.
Ancora, i colori usati per tutta la durata della pellicola creano nello
spettatore un senso di disagio non essendo i canonici colori della realtà.
Oltre ad essere tutto molto scuro, come è giusto che sia un film
horror, c’è una forte predominanza dei colori rosso, viola,
blu... molto accentuati, come se il nostro televisore non funzionasse
bene. Nelle poche scene esterne alla villa, il colore del cielo è
giallo e gialla è la luce che proviene dall’esterno quando
i lampi e i tuoni del temporale fanno sentire la loro presenza.
Sembra realmente di essere in un videogame, una di quelle avventure
grafiche che ebbero il momento di loro maggior successo alla fine degli
anni ’80 e gli inizi degli anni ’90. Le inquadrature e gli
ambienti ricordano molto i giochi “Resident Evil”, “The
7th Guest” e “Alone in the dark”, e anche la storia
è costruita rispettando i canoni dei videogiochi... l’esplorazioni
degli ambienti, le porte chiuse di cui non si possiede la chiave e quest’ultima
che viene trovata quasi per caso, l’investigazione.
Anche in questo film, come è abitudine dei film giapponesi, la
musica è quasi inesistente, lasciando ai rumori dell’ambiente
sottolineare la tensione e far aumentare l’angoscia nello spettatore.
Ancora una volta devo dire che, per quanto possa essere una scelta insolita,
essendo noi abituati ai film con musiche famose (vedi Ennio Morricone),
l’effetto è quello di rendere il film ancora più
pauroso e agghiacciante.
Il sangue? Poco, pochissimo, quasi nullo. Ma chi l’ha detto che
per fare un film horror di effetto c’è bisogno di litri
di sangue (finto)? Quindi non aspettatevi squartamenti, urla, teenagers
che corrono impazziti verso la morte. E non ne sentirete la mancanza,
incollati alla poltrona mentre scenderete negli abissi della follia
del pittore Kaizawa.
Voto: 9
Tra tutti i film horror che ho potuto vedere ultimamente,
questo sicuramente è quello che maggiormente mi ha colpito e
affascinato e che consiglio vivamente a tutti proprio per via della
sua strana e originale realizzazione.
Luigi Grillo (ciao.it) 08.10.2004
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