Racconti Horror

UNA GIORNATA DA… RICORDARE


Mancavano davvero pochi giorni al grande evento.
Avrebbe dato il meglio di sé e per questo si era preparato meticolosamente in tutti quegli anni. Erano tredici, gli sembrava… No, anzi, addirittura quattordici ne erano trascorsi nell'attesa di quel giorno che lo avrebbe visto protagonista assoluto.
Ed ora, c'era quasi.
Oh certo, non lo negava, c'erano stati momenti di sconforto in cui aveva abbandonato la sua meticolosa preparazione, soprattutto per quanto riguardava quella predisposizione mentale senza la quale non avrebbe mai potuto reggere lo stress psicologico che già aveva subito e che, da ora in avanti, sarebbe aumentato sempre più, fino al fatidico appuntamento.
Erano allenamenti che avevano orari rigidi da rispettare ed una severa disciplina da osservare, senza nessuna deroga o modifica. Così come l'alimentazione che gli era imposta non ammetteva pasti se non ad intervalli regolari con cibi prestabiliti da precisi criteri di dieta che poco spazio lasciavano al gusto.
Lui, però, non aveva da lamentarsi. Non più, almeno.
Sapeva che tutto questo andava accettato in previsione della sua esibizione, ormai prossima, che gli avrebbe dato, una volta per tutte, la possibilità di andare oltre quelli che erano i suoi limiti umani. Avrebbe davvero potuto conoscere sè stesso spingendo al massimo la propria capacità di sopportazione, valendosi del suo sangue freddo, offrendo al pubblico la sua impassibile maschera facciale oltre a provare l'ebbrezza di chi, da solo, ha per sé degli spettatori attenti e desiderosi di provar piacere dalla sua rappresentazione.
Semplice attore di una sola scena di un unico atto, in un monologo muto, di parole, ma che avrebbe gridato alle coscienze umane messaggi di giustizia e solidarietà, semplicemente attraverso la sua solitaria presenza su quello strano palcoscenico.
Viveva nell'attesa, dunque. Già sapeva, però, che quando sarebbe stato il momento, avrebbe saputo essere pronto
E non poteva essere altrimenti.
Un giorno, tanto tempo prima, quando ancora aveva timore che non ce l'avrebbe fatta, accadde un episodio che, una volta per tutte, lo convinse a coinvolgersi risolutamente, accettandone ogni conseguenza, nella preparazione di quell'avvenimento che sarebbe rimasto unico nella sua vita.
Si trovava intento, sullo stesso circuito fangoso di sempre ed al solito orario previsto dal programma di addestramento, nella sua corsa giornaliera in una giornata nebbiosa e fredda dalla quale, anche correndo, era difficile proteggersi. Era in quello stato di vuoto mentale, di quasi alienazione dal mondo esterno, che spesso raggiungeva quando spingeva al massimo il suo sforzo per migliorare sempre di più le sue prestazioni.
Si era posto il limite di un'ora e trenta minuti per percorrere sedici chilometri e voleva riuscirci prima dell'arrivo delle feste di Natale. Vedeva questo traguardo come una sorta di regalo a sé stesso: un corpo allenato, lo sapeva, è sicuramente comandato da una mente sana ed efficiente. L'aveva letto in uno dei libri che gli era concesso leggere anche se aveva dovuto chiedere traduzione di quanto letto perché scritto in una strana lingua del passato.
Ed era lì, allora, che correva da circa un'ora e, ormai, aveva cominciato a respirare a bocca aperta, anche se di questo era infastidito perché sapeva che non era il modo esatto per ossigenarsi. Non aveva, però, ancora abbastanza resistenza e, del resto, era per questo che faceva tutto quello sforzo ogni giorno.
Soltanto questi erano i suoi pensieri in quella umida mattina, null'altro. Ma definire questi dei pensieri, sarebbe troppo. Erano appena percepiti dalla sua mente che, invece, cercava il modo per distogliersene per galleggiare libera nel vuoto cerebrale.
Fu proprio in quel momento che accadde.
Sentì un movimento alla sua destra, come se qualcuno si fosse affiancato a lui nel correre. Si voltò, allora, pensando che fosse qualcuno che, come lui, aveva deciso di perseguire l'obiettivo di un corpo snello ed atletico e che, quindi, nonostante la fredda giornata, avesse deciso di allenarsi nella corsa.
Non vide nessuno, però. Si convinse essere stata soltanto una sensazione e nulla più. Dopo poco, però, avvertì nuovamente quella presenza e, questa volta, ebbe anche l'impressione che qualcuno gli avesse toccato il braccio. Cominciò a preoccuparsi, pensando che, forse, l'eccessivo sforzo stesse cominciando a procurargli queste strane allucinazioni.
Non voleva interrompere l'allenamento, però. Natale era vicino e l'obiettivo che si era prefissato doveva necessariamente essere raggiunto, al massimo, per quel periodo anche perché avrebbe certamente dato maggiore entusiasmo nel prosieguo del suo allenamento.
Si concentrò, allora, sulle sue gambe e sullo sforzo che esse dovevano sopportare. Le immaginò nella sua testa, una dopo l'altra che si allungavano e contraevano nelle lunghe falcate che riuscivano a compiere.
Focalizzò esattamente il punto del piede, quello sull'esterno, poco sopra il malleolo, dove un fastidioso bruciore cominciava a presentarsi puntualmente quando si trovava a circa cinquanta minuti dall'inizio della corsa.
Si sforzò mentalmente di trasferire questo bruciore dal piede alla sua testa credendo, in tal modo, di limitare la sofferenza quasi come ad imprigionare il fastidio soltanto in qualche minuscola parte della sua mente limitandone, così egli pensava, gli effetti dolorosi.
Fu così che trascorsero altri dieci minuti fino a quando, cosa che lo impaurì non poco, sentì una voce che gli chiedeva di fermarsi. Non era una voce, però, che veniva dall'esterno. Piuttosto avrebbe giurato che l'aveva sentita arrivare pian piano, prima molto debolmente e, poi, in crescendo, dal suo interno. Solo che non capiva da dove.
Gli era risuonata nelle orecchie e nella testa. Gli era parsa si sentirla anche nello stomaco! Un rimbombo sordo nelle viscere che era un inequivocabile intimazione ad interrompere la corsa.
Non desistette, però, dal suo intento di ultimare l'allenamento e continuò, imperterrito, nella corsa. La voce, però, non si fece attendere troppo e gli parlò dicendogli che avrebbe potuto comunicargli quello che doveva, anche se continuava a correre.
E così fu, infatti.
Furono parole chiare ed inequivocabili che lo istruirono su quanto avrebbe dovuto fare il giorno, a quel tempo ancora di là a venire, in cui avrebbe avuto il suo momento di gloria. Non potevano esserci rifiuti da parte sua. Non erano ammessi da chi governava il senso delle cose e, quindi, che si preparasse con maggiore impegno e dedizione così da essere perfettamente preparato a svolgere quell'incarico.
Ciò che lasciò perplesso il nostro protagonista, fu che, questa volta, non ebbe alcun timore, anzi quella voce era assolutamente rassicurante ed infondeva una certa predisposizione al rilassamento quasi come una di quelle pratiche yoga che era solito realizzare.
E convenne, subito, che il messaggio ricevuto doveva avere senz'altro una matrice divina. Che egli era stato prescelto per quel compito perché ritenuto degno, fra milioni, di far conoscere la voce di chi aveva creato il mondo, agli altri esseri umani.
Fu da allora che, nei successivi anni, si impegnò con tutte le sue capacità in quelli allenamenti, a volte faticosissimi e non solo fisicamente, che gli erano stati imposti non dalla "Voce", questa volta, ma da quelli che lui chiamava "gli educatori".
E, come detto all'inizio, ora stava per arrivare l'appuntamento con la gloria. Era prossimo il giorno in cui avrebbe dovuto trasmettere il messaggio che la "Voce" gli aveva comunicato tanti anni prima ed era in perfetta forma. Il suo corpo era un fascio di muscoli e avrebbe sicuramente retto al dolore ed allo sforzo. Per non parlare della sua mente che era stata formata, insieme allo spirito, per reggere egregiamente il grosso carico psicologico che avrebbe dovuto affrontare.
Doveva ammetterlo, il tutto non avrebbe potuto essere realizzato se uno dei suoi "educatori" non fosse intervenuto in suo aiuto per procurargli ciò che serviva, in modo fondamentale, affinché la sua esibizione avesse il risultato che si aspettava.
Fu così che venne il tanto atteso giorno.
Entrò in sala vestito in modo impeccabile ed era accompagnato da due "educatori". Ora se ne andranno, pensò, ed io potrò fare quanto devo. Se ne restavano lì accanto a lui, invece, quasi come se dovessero scortarlo.
Si accorse, inoltre, che il pubblico non era così numeroso come pensava ed anzi, a dirla tutta, era abbastanza ristretto. Potevano essere circa una decina di persone e, anche se ciò lo aveva un po' deluso, non lo distolse da quello che avrebbe dovuto fare.
E che fece, allora, in quel preciso momento.
Con mossa fulminea ed inaspettata si sfilò agilmente il pullover e la camicia mostrando alle persone presenti ciò che, grazie al temperino che gli era stato procurato da un "educatore", aveva inciso, quella mattina, sul suo petto.
Una scritta ancora umida di sangue che tutti ebbero modo di leggere:

SONO UN INNOCENTE
E PER QUESTO HO PAGATO!
VOI PECCATORI
SIETE I MIEI
GIUSTIZIERI!

Anthony Jefferson Memphis fu fatto morire nel 1978, con esecuzione dichiarata regolare, nel carcere "Ellis Unit" di Huntsville, a nord di Houston, nel Texas.
Era stato incolpato dell'omicidio di una bambina di dieci anni che, secondo l'accusa, aveva volontariamente spinto in mezzo alla strada mentre stava sopraggiungendo un'automobile che, ovviamente, non riuscì ad evitare l'impatto.
C'è di più. Quella bambina, Daisy si chiamava, era nipote di A. J. Memphis e varie testimonianze attestarono come verità l'attenzione troppo particolare, morbosa che lo zio aveva per la nipote. Si costruirono varie congetture per arrivare ad una verità plausibile, fino a quando si chiamò a deporre in aula un testimone oculare che, disse, si era convinto a parlare perché mosso dalla sua coscienza che non poteva tenere nascosta la verità.
Disse di aver visto l'imputato spingere di proposito la bambina e che, solo dopo che accadde il forte impatto, si lancio verso di lei come a dimostrare che stava soccorrendola. Finita la sua deposizione, il testimone lasciò l'aula ed il tribunale, non prima di aver ritirato, nascosto nello sciacquone di un bagno secondario, il pacco che gli era stato promesso.
I suoi cinquecento dollari se li era guadagnati, eccome, ed ora erano tutti, non un dollaro in più e non uno in meno, nel suo portafogli, così come da accordi.
Tanto quel bastardo era di sicuro colpevole, così gli era stato assicurato. Mancava solo una prova schiacciante che lo condannasse com'era giusto che fosse.
E, infatti, così fu, come adesso sappiamo.

NOTA: il nome di Anthony Jefferson Memphis è di pura fantasia. Da ricerche effettuate non risultano persone che si chiamino o si siano chiamate in tal modo e comunque, se esistessero, il riferimento ad esse è puramente involontario e casuale.
Il carcere "Ellis Unit", invece, è davvero esistente ed è tristemente famoso per detenere il maggior numero di esecuzioni capitali effettuate negli Stati Uniti. 

Robert Strange (ciao.it) 29.12.2004

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