Racconti Horror

ODI DELL'ALDIQUA'


Non so come sia potuto accadere, tutt'oggi non riesco a credere alla voce che ho percepito, al travaglio che ho vissuto, al dolore che mi ha colpito... Non mi sono ancora reso conto della realtà dei fatti... se di realtà si possa ancor parlare! Rivedendo me stesso fino a qualche giorno fa, il mio scetticismo rifiutava simili eventi...

Mi chiamo Nico Lambretti, sono di origine italiana ma abito in un paesino a sud della Polonia, dove, da sempre, la mia vita ha seguito un corso semplice, come quella di tante altre persone: una vita molto sedentaria e la responsabilità di una famiglia. Ma quella sera cambiò tutto, il mio mondo, i miei pensieri, le mie realtà subirono un mutamento impensabile e arcano!

Mi chiedo più volte perché ho deciso di scrivere ciò che mi è accaduto ... forse perché tu, interlocutore invisibile e sconosciuto, sei l'unico che può capirmi, l'unico...

Questi i fatti.

Era sera, la luna splendeva nel blu delle tenebre nella sua massima lucentezza argentea. Mia figlia era uscita con gli amici ed io, avevo appena avuto una discussione piuttosto accesa con mia moglie: mi accusava di dedicare poco tempo alla mia "bambina"; forse aveva ragione ma sulle prime non sono mai riuscito ad accettare le critiche.

Infuriato e preda dell'ira decisi di uscire di casa in modo da alleviare le tensioni e svagarmi nell'aria fresca della notte; così m'incamminai verso il bosco ad un centinaio di metri di casa mia, ovvero, il mio luogo prediletto, dove per trascorrere del tempo in piena solitudine, solo con i miei pensieri.

Arrivato alla soglia del bosco, nel punto in cui le erbacce selvagge si innalzano, accesi la torcia e, camminando lentamente senza una meta precisa, mi inoltrai nel fitto buio; non avevo mai avuto paura di perdermi nel bosco in piena notte, da sempre l'ho considerato il mio "angoletto" dove rifugiarmi da qualcosa... già, come un bambino che, impaurito dall'espressione arrabbiata dei genitori, si siede per terra in un angolo della casa...

Con la torcia illuminavo i sentieri più nascosti che volevo percorrere mentre la luna, dalla sua altezza, mi guardava con aria triste e malinconica, con un'espressione degna di una madre che vede il figlio andar incontro alla morte! Attorno a me c'era solo silenzio, un silenzio assoluto a tratti accarezzato dallo scricchiolare dai rametti che calpestavo o da leggere brezze notturne che ululavano come pianti disperati delle anime perdute. Non so per quale motivo ma, mentre avanzavo per la mia strada, mi sorse in mente il ricordo della prima volta in cui mi recai nel bosco: negli anni settanta ero poco più che un adolescente in preda alla sua voglia di scoprire, di sperimentare, di sognare; così, un venerdì, assieme ad alcuni miei amici, decisi di trascorrere la serata attorno ad un falò nel bosco. Nessuno di noi sapeva orientarsi all'interno di esso, ma pensammo che se non ci fossimo allontanati molto dal paese, avremmo evitato gravi problemi; così, la sera seguente, con l'occorrente per il fuoco e muniti di una torcia ci recammo tra le erbacce. Proseguimmo verso una direzione sempre dritta per molti metri e ci fermammo nel momento in cui trovammo una spazio adatto circondato dagli alberi: piantammo lì la roba e ci affrettammo ad accendere il fuoco; all'inizio nessuno di noi voleva ammetterlo, ma quel silenzio, quella solitudine, il buio, i tristi ululati del vento ci suggestionavano. Dopo diverse peripezie riuscimmo ad accendere il falò: ci posizionammo attorno. Ad un tratto della serata, un mio amico ebbe la "geniale" idea di corredare l'atmosfera, già macabra, di racconti fantastici di morti, fantasmi e fatti che andavano oltre ogni concezione realistica della vita. Alcuni raccontarono storie che avevano ascoltato dai propri genitori, altri invece, se ne inventarono, ma di certo, nel bel mezzo della notte il terrore lo si poteva leggere sui nostri volti. Passammo lì più di tre ore, seduti, quasi ipnotizzati da quell'atmosfera cimiteriale fino a quando giunse il momento di tornare alle case nostre. Come fare? Dovevamo spegnere il falò prima, ma chi aveva il coraggio di rifare la stessa strada nelle tenebre più assolute? Impotenti dinanzi a quella suggestione, decidemmo di attendere l'alba!

Quella sera invece, a differenza del Nico adolescente, neanche la storia più macabra di questo mondo m'avrebbe agghiacciato, infondo, conoscevo bene quel luogo e dopo una vita di cinquant'anni mi sono abituato ad aver paura di ben altri aspetti della vita! Ma come avrei mai potuto immaginare di trovare una simile sorpresa? Perché i sentieri nascosti m'indussero proprio verso quella direzione? Maledico quella sera, maledico la discussione con mia moglie, maledico la mia scelta di passeggiare tra quelle erbacce!

Ero immerso tra i miei ricordi più lontani quando la luce della mia torcia illuminò un lupo che fuggiva, impaurito forse dalla mia presenza; lo sentì allontanarsi mentre ormai, la mia mente si era liberata da ogni pensiero... no, non mi ero spaventato perché conoscevo quegli animali ed ero cosciente che al di fuori del loro branco difficilmente attaccavano un uomo o una preda possibile. In ogni caso, sentire una presenza improvvisa, vicina, farebbe un certo effetto a chiunque... Impavido, continuai a proseguire per il mio cammino, compì pochi passi fino a quando la luce della mia torcia illuminò un qualcosa di strano: mi ero accorto di aver visto un particolare insolito che però non ero riuscito ad identificare; non era un tronco, non erano delle piante! Riportai immediatamente il raggio di luce sul punto in cui la mia attenzione era stata destata: niente... non trovai nulla fino a quando non portai il raggio di luce leggermente più in basso... l'orrore che mai avrei immaginato di vedere, la macabra sorpresa che il bosco mi tenne e il fetore di putrefazione che una brezza notturna portò con se, adesso, era giustificato: un cadavere con una lunga ferita nel braccio sinistro e dei morsi su tutto il resto del corpo giaceva per terra. Il viso era del tutto irriconoscibile e gli occhi spalancati diretti proprio verso me, m'impressionavano tremendamente, come se attraverso quello sguardo mi stesse chiedendo di aiutarlo. Cosa dovevo fare? Come dovevo agire? Cercai di non farmi aggredire dal panico e pensai sul da farsi, intanto spostai il raggio di luce dal cadavere e compì alcuni passi indietro: avevo bisogno di restare calmo, di tenere lontano quell'orrore... cercai di riflettere invano ma ero terrorizzato, nervoso! Mi resi conto che adesso, involontariamente, mi ero immerso in un mare di guai: qualsiasi decisione avessi preso, avrebbe sicuramente reso la mia vita un inferno; nel caso avessi chiamato la polizia, il mio nome sarebbe stato inserito immediatamente nell'albo dell'inchiesta. Se invece, avessi scelto di fuggire e abbandonare lì quel cadavere, allora, non avrei dormito per chissà quante notti... ero in gabbia e per la prima volta mi sentì insicuro come un bambino che vede per la prima volta un cane! Avrei voluto piangere, urlare al destino, sfogare la mia ira e la mia disperazione, ma dovevo restare calmo, dovevo prendere una decisione: fuggire via! Ecco la via d'uscita! Probabilmente da quella sera, per un mese, le mie giornate sarebbero divenute interminabili, archi di tempo in cui la mia coscienza sarebbe stata afflitta dalle lame dei rimorsi e del ricordo, ma poi, come ogni cosa, tutto sarebbe ritornato nella normalità più assoluta, nella monotonia quotidiana! Così, senza perdere altro tempo e dopo aver dato uno sguardo alla zona circostante, mi voltai, ma, in procinto di correre, una voce strana, giovanile ma triste, catturò il mio udito:

- No! - avevo sentito. Le gambe mi tremavano, la paura agghiacciò il mio corpo, cosa mi stava accadendo? Mi voltai nella direzione opposta, puntai la torcia verso il cadavere e vidi che era lì, inerte, con i primi vermi macchiati di sangue, intrisi tra le ferite e i morsi del lupo. Mi guardai attorno ma ciò che vidi fu solo il paesaggio della solitudine: una nuova brezza notturna mosse le erbacce del bosco e le ampie chiome degli alberi, mentre l'ululato "dei morti" era l'unica dolce profanazione di quel profondo silenzio... ero solo! Mi rivoltai verso la direzione del paese e convinto di essere stato vittima di un parto della mia stessa mente, compì i primi passo senza correre... percorsi solo due metri, due stupidi metri, quando quella maledetta voce catturò ancora una volta il mio udito.

- Dove vai! - mi fermai ancora una volta, sentì le fredde gocce di sudore bagnare la mia fronte, mi rivoltai e notai il terrore di cui ero vittima: la luce della torcia tremava... ero in un stato di panico. Ad incutermi paura non era solo quella voce ma anche l'atmosfera silenziosa in cui ero immerso: non sentivo la presenza di nessun animale della notte, gufi, volpi...

- C'è qualcuno qui! - urlai a squarciagola, irrompendo nella straziante quiete; attesi pochi secondi e l'unica risposta che ricevetti fu quella dell'ennesimo leggero soffio di vento che mosse le piante e urlò tutta la sua disperazione. Mi trovavo smarrito, perso come un uomo risvegliatosi in una terra del tutto sconosciuta: desideravo tornare a casa, schioccare le dita e ritrovarmi sdraiato sul mio letto, lo desideravo nell'angoscia più assoluta. Perché costui non mi rispondeva? Cosa voleva da me?

- Cosa pretendi da me! Esci! - urlai ancora una volta non curandomi affatto di quegli animali che probabilmente, stavano dormendo nelle proprie tane.

- Sono già fuori! - esclamò quella strana presenza. Mi guardai attorno facendo volare lo sguardo e la luce della torcia con ritmi quasi isterici, niente, nessuno... chi parlava? Il silenzio ricadde ancora una volta in tutta la sua tristezza mentre io cercai di rievocare, nella mia mente, la voce che avevo udito pochissimi istanti prima: avevo uno strano presentimento, un dubbio macabro quanto inspiegabile a cui mi rifiutavo di credere... anche se il mio scetticismo, in quei momenti, stava venendo lentamente meno, non intendevo perdere il senso logico delle cose!

- Dove guardi... - irruppe ancora una volta la sconosciuta entità -...comprendo le tue paure, ma adesso devi accettare anche quella realtà che ti è rimasta sempre all'oscuro! - Dopo quelle parole, purtroppo il dubbio si sciolse assieme al mio senso scettico e con estremo rancore, mi resi conto di una verità che avevo trascurato e che adesso, sentivo del tutto reale: quella voce proveniva da dentro me e solo io potevo ascoltarla! Già... la faccenda può apparire strana, ma caro interlocutore sconosciuto, ti sto' raccontando la pura realtà!

In un primo momento, mi sentì smarrito, impotente di ogni intraprendenza, timoroso di ciò che sarebbe accaduto nell'arco dei cinque minuti successivi; volevo una spiegazione più razionale o almeno, più chiara perché volevo conoscere la verità, essere conscio dei confini sui quali mi ero portato: stavo sognando? Oppure ero morto e ciò che stavo vivendo era una fase di passaggio tra l'aldiquà e l'aldilà?

- Chi sei? - balbettai ponendo una domanda al nulla!

- Mi hai già visto! - affermò mentre cercai si studiare quella voce, di trovare la vera fonte... dentro me... era dentro me!

- Ma adesso dove sei? -

- Sono qui, steso per terra! - detto questo sentì le mie forze mancare, ma adesso non potevo venir meno, non potevo cadere per terra e abbandonarmi in chissà quali universi paralleli, dovevo essere sveglio, pronto ad accettare qualsiasi verità... "Sono qui, per terra!" aveva risposto pochissimi istanti prima: il mio pensiero si rivolse principalmente verso quel cadavere in putrefazione, lo rividi nella mia mente anche se mi rifiutai di spostare la luce della torcia e riesaminarlo... avrei retto?

- Sono morto! - perché ero ancora lì... perché... dovevo fuggire invece! Ma una strana forza nascosta nel mio inconscio, accompagnata dal terrore, mi imponeva di restare lì a dialogare con un cadavere! Come si poteva pretendere di ottenere credulità in simili casi? Seppure gli artigli del panico mi avevano graffiato profondamente, riuscì a replicare:

- Come pretendi che io creda alle tue parole... - balbettai tenendo lo sguardo verso le tenebre presenti nella direzione in cui, pochi minuti prima, avevo notato il corpo -...non è questa la realtà! - esclamai raccogliendo quel poco di forza che mi rimaneva.

- Se non vuoi credere sei libero di farlo! - esclamò la presenza - Ma in tal caso, mi spieghi come riesco a parlarti senza aprire bocca e arrivando direttamente, dentro la tua mente? - Già... come faceva? Non riuscivo a trovare alcuna spiegazione razionale, non c'erano spiegazioni razionali; infondo, quei pensieri, quelle parole, non partivano dalla mia mente ma sentivo che provenivano dall'esterno attraverso un canale di comunicazione, forse, sconosciuto all'uomo.

- Sono morto e per questo riesco a parlarti nella tua mente! - come poteva essere vero tutto ciò? Ormai ero sicuro di non vivere un sogno, un incubo, poiché tutto era così reale: sentivo le carezze sul mio corpo delle leggere colate di vento, sentivo il contatto tra la mia pelle e il ferro della torcia...

Timoroso e battagliero contro le mie insicurezze, compì lentamente alcuni passi in avanti fino a quando la luce della torcia non illuminò, per la seconda volta, il cadavere in putrefazione: le ferite erano profonde, tante erano le grosse pozze di sangue e quei vermi, quegli insetti che si erano posati sul corpo, sulle sue ferite.

- Non sono vivo! - esclamò ancora una volta quella strana presenza, mentre dalla bocca del cadavere, vidi fuoriuscire un qualcosa di nero... un maledetto scarafaggio... Dio mio, mi sembrava di stare all'inferno!

- Perdonami... non capisco... - dissi con un tono di voce basso, influenzato violentemente dall'angoscia che provavo.

- Già, non è facile da spiegare - rispose il ragazzo - Siediti, ti racconterò tutto... non aver paura di me! - cosa dovevo fare? Sedermi per terra e mettermi a dialogare con un cadavere? Se avessi raccontato tutto quanto in paese, mi avrebbero dato del folle... infondo, mi sentivo un po' fuori di testa! Accettando con rammarico quel lato nuovo e negativo della realtà, mi accomodai tra le erbacce e con estrema attenzione, mi preparai a percepire le parole...

"Mi chiamo... anzi, mi chiamavo Josuè Karnak" introdusse quella voce fantasma. In un primo momento quel nome non mi risultò nuovo, infatti, mi bastò pensarci per pochi secondi, poi compresi: Josuè Karnak era quel ventenne che avevano dato per disperso tre giorni prima... poveri genitori schiavi delle illusioni, il loro unico figlio era morto! "Probabilmente mi avrà conosciuto almeno di vista... in questo fottuto paese ci conosciamo un po' tutti! Sono cresciuto sempre come un ragazzo timido, poco estroverso, quasi incapace di affrontare il mondo fino ai 15 anni, fino a quando entrai nel liceo, un ambiente che mi consentì di fare certe esperienze. Così grazie ad un gruppo di amici e alle passioni che scoprì, sono riuscito ad emergere dalle pareti del mio mondo. Come ho detto a farmi maturare sono state diverse passioni tra cui quella per la pittura: spesso raffiguravo mondi perduti, desolazione e rifiuti della società. Una delle mie opere che ho apprezzato maggiormente era un quadro in cui ero riuscito a ritrarre il viso e il corpo nudo di tre ragazze, di tre mie delusioni, adesso tenute a guinzaglio da catene attaccate ad una montagna di denaro, mentre dei strani e piccoli esseri volanti le attaccavano per mangiarsi la loro carne... in quel quadro sfogai, con una violenza inaudita, tre anni di delusioni d'amore!" le mie paure, come d'incanto erano venute meno... mi sembrava di stare a chiacchierare con un giovane, con una persona viva. Il suo racconto mi aveva catturato! Josuè mi raccontò di lui, dei suoi dissidi, con le parole tipiche di un ventenne. Non riporterò qui lunghe divagazioni sulla sua vita, ma dirò solo che dalle sue parole emerse la figura di un ragazzo triste, a volte arrabbiato col mondo (come quando sentiva musica violenta e insultava tutto e tutti nei panni di un "alternativo") o chiuso in se stesso (come quando dipingeva). Un ragazzo molto sensibile, spesso timido, fortemente combattuto nei trambusti tipici della sua età. Ad un tratto però mi chiesi: quale nesso ci potesse essere tra quel suo modo di pensare e la morte che l'aveva colpito in un modo del tutto particolare?

"Adesso ci arrivo" disse quando gli posi la domanda. Mi preparai ad "ascoltare" le sue prossime parole ma in quel preciso istante, le batterie della torcia si scaricarono: da un secondo all'altro mi ritrovai nelle tenebre più assolute, in un'atmosfera arcana e cimiteriale che scosse il mio corpo con lunghi brividi. Pochi istanti dopo, mi resi conto di non essere terrorizzato come dopo aver scoperto il cadavere, infondo, seppure fossi in compagnia di uno spirito, non avevo nulla da temere. Riuscì a familiarizzare con l'ambiente anche senza un minimo di luce, poi Josuè continuò.

"Un giorno, un compagno di classe mi presentò sua cugina: era bellissima! La guardai nei suoi occhi azzurri e mi presentai - piacere, io sono Josuè - dissi arrossendo e diventando tutto d'un tratto nervoso. Capelli biondi, lisci e lunghi, alta, fisico attraente... insomma, fui colpito profondamente! In un brevissimo arco di tempo diventammo amici e iniziammo a frequentarci: parlavamo per ore ed ore, fissandoci, immersi in un universo in cui esistavamo solo noi due. Aveva una forsennata passione per la musica, un qualcosa che sentiva con la stessa emozione con cui io amavo dipingere. Alla fine, tra noi due si creò un ottimo feeling, una bella amicizia da cui pretesi di andare oltre: passavo serate intere sul balcone di casa mia con lo sguardo fisso verso il cielo della notte, la pensavo continuamente... ne ero innamorato!

Così, una sera, un gruppo di amici organizzò una festa fuori dal paese in aperta campagna! Purtroppo giunse anche Luis, il figlio di un noto imprenditore locale di rilevanza nazionale e che conoscerai sicuramente, un tipo che odiavo profondamente anche per il suo portamento da arrogante... non so chi l'aveva invitato. La serata proseguì bene: ricordo il momento in cui, io, lei e altri due miei amici ci riducemmo come stracci gettati per terra sul terrazzo della villa, a parlare di noi stessi, dopo esserci deliziati con fiumi di birra. Ad un tratto lei decise di ritornare dagli altri e nell'arco di pochi secondi, anche i miei amici se ne andarono: restai per circa quindici minuti, sdraiato per terra, con lo sguardo rivolto verso il cielo... poi, con l'intento di chiederle di venire a passeggiare per la campagna, scesi giù! La cercai si fuori e si dentro la villa: era sparita! Comunque non mi arresi, continuai a girovagare per la zona, fino a quando ritornai dentro la villa... tutto d'un tratto vidi una porta aprirsi dalla quale, uscì Luis senza però spegnere la luce... improvvisamente un torbido e violento dubbio assalì il mio animo, sentì il mio cuore palpitare come non mai, speravo che non fosse vero! Mi affacciai e vidi lei abbottonarsi la camicetta, seduta sul letto... mi lanciò un'occhiata e immediatamente, il suo voltò manifestò la sua indesiderata sorpresa! Senza attendere altro tempo fuggì via... ero a diversi metri di distanza quando la sentì urlare il mio nome! Corsi disperatamente, piangendo come un bambino, urlando continuamente la parola - perché -, capì di non aver mai ricevuto un colpo simile! Senza rendermene conto, mi ritrovai a correre tra le erbacce alte del bosco, ma in quel momento non m'interessava più nulla del mondo, provavo solo odio per lei, odio per me stesso, odio per tutto!

Ripensai ai periodi in cui ero solo, a quanto avevo sofferto; ripensai ai diversi momenti della mia crescita fino all'arrivo di lei, all'arrivo di una luce di speranza... una speranza effimera.

Stremato dalla corsa mi lasciai cadere per terra dove, adesso, risiede il mio cadavere! Pensai a lungo, piansi per molto tempo ancora, cercai di abbracciare quel Dio che la massa segue da secoli, ma non ci riuscì... ero morto dentro e quando accade questo, il corpo non ha più ragione d'esistere: presi un coltello dalla tasca e feci appello al male! A Satana, ad altre entità figurative presenti e passate, al male dell'uomo, a tutto quelle energie negative presenti in tutti, a quelle essenze oscure che affollano la nostra mente, insomma, a tutto ciò che poteva incarnare, generare e rappresentare il male in tutte le sue forme... e pregai... offrivo la mia anima per la sua morte! A distanza di alcuni giorni, credo di aver commesso un simile atto perché lei era speciale e in quanto tale ripudiavo l'idea che venisse inghiottita dal solito stronzo: no...era troppo bella! Con coraggio e decisione, subito dopo, affondai la lama del coltello nel braccio destro dove squartai tutta la vena! Schizzò tanto sangue e poco impressionato da ciò che mi stava accadendo, rivolsi l'ultimo pensiero a lei - Ti Amo! - Chiusi gli occhi e quando volli riaprirli, non ci riuscì: ero morto, o meglio, la mia anima era preda del corpo!"

Quel racconto mi tirò giù di morale. Pensai tantissimo a quelle parole, pensai all'amore, pensai all'odio, pensai a mia figlia! Prima di tornare a casa, promisi a Josuè di avvisare la polizia da un telefono pubblico e così feci.

Anche senza la luce della torcia, tra quella foschia di erbacce e chiome giganti di alberi secolari, riuscì a raggiungere il paese, senza farmi sopraffare dalla paura: non c'era nulla da aver paura... almeno in quel bosco...

Giunto a casa mia, indossai il pigiama e per tutta la notte, sdraiato sul mio letto, pensai a ciò che mi era accaduto, al terrore iniziale che avevo provato nel guardare tale scempio, all'interesse nel percepire le parole di un morto, di un'anima dell'aldiquà e soprattutto, mi soffermai maggiormente con la frase con cui, il ragazzo, m'aveva congedato: "Il dolore che sento quando il muso bavoso del lupo tocca le mie ossa e i suoi detti strappano le mia carni, non è affatto paragonabile al dolore che provai quella sera!". In realtà cos'è l'amore? Già... l'amore adolescenziale, l'amore dei vent'anni. Quante volte avevo detto a mia figlia in lacrime: "Che vuoi che sia, non sono questi i problemi della vita". E adesso? Il mio essere superficiale non solo mi aveva schiantato contro l'orrore, ma mi aveva fatto dimenticare delle mie pene da giovane. Certamente, arrivare alla fine del mese senza soldi è un grosso guaio... ma nell'universo giovanile l'amore, ahimè, resta pur sempre una tragedia.

Il giorno dopo mi risvegliai con lo stesso dissidio e senza conoscere il perché, cercavo continuamente di immedesimarmi nei panni dei genitori. I signori Karnak erano a conoscenza della mutazione psicologica che suo figlio aveva subito? Probabilmente no, pensai. Così, spinto quasi da un obbligo morale, decisi di andare a trovare i genitori di Josuè, non per rivelarle verità nascoste (anche perché non mi avrebbero creduto), ma per soddisfare la mia curiosità, per conoscere meglio il ragazzo morto con cui avevo parlato; infondo, la mia non era solo curiosità: ebbi la stessa sensazione di aver scoperto il cadavere di un ragazzo che avevo ben conosciuto.

Pensai che probabilmente, i genitori erano già stati messi a corrente della disgrazia e per questo motivo, provavo una sorta di rancore a raggiungerli...ma dovevo farlo. Come dovevo mostrarmi? A fine di non caricare ulteriormente il mio animo di tensioni, cercai di non pensare per tutto il tragitto di strada... "Lascerò fare al caso" dissi a me stesso.

Giunto dinanzi alla porta della villa, con tanta inquietitudine, suonai il campanello e attesi che qualcuno mi venisse ad aprire: furono pochi secondi di attesa, pochi ma lunghi secondi di ansia, poi sentì dei rumori aldilà della porta. La madre, mascherata di un'espressione triste, venne ad aprirmi:

- Si? - disse nel momento in cui mi vide.

- Salve signora - salutai cercando di impostare nella mia mente, ciò che avrei dovuto dire adesso - vorrei parlare di suo figlio! - affermai cercando di farmi coraggio. Senza dire altro, la donna mi fece entrare ed accomodare in cucina prima che si sedesse di fronte a me e chiamasse il marito. Arrivò il marito, mi presentai con la mia solita voce emozionata e subito dopo, iniziai a raccontarle della notte precedente e soprattutto, del terribile momento in cui avevo trovato il cadavere malandato del figlio. La donna piangeva ma non voleva spezzare il filo del mio discorso: provavo pena per entrambi; in quel momento pensai che, per fortuna, non avevo mai vissuto situazioni del genere ma immaginando, conobbi, seppure in parte, l'immenso dolore.

- Vorrei tanto sapere perché! - affermò la madre afflitta dal dolore, perdendo la battaglia contro nuove lacrime, scoppiando così in un profondo e angoscioso pianto.

- Non gli abbiamo fatto mancare nulla, non abbiamo mai avuto discussione estremamente accese... -

- Sono padre anch'io... - irruppi spezzando la frase dell'uomo - ...e vi posso capire! -

Dopo un'ora la madre, fu così gentile da farmi vedere alcune foto di suo figlio: iniziai a sfogliare l'album quasi divertito dalle espressioni allegre in cui era ritratto il ragazzo, foto attraverso le quale Josuè appariva come un giovane allegro, spensierato, lontano da quell'idea che egli stesso m'aveva dato. Sorrisi lievemente ad altre foto perché era bello vederlo in vita. Adesso, restava un'ultima foto da vedere: in un primo momento non me ne resi conto, ma guardando bene, non credetti ai miei occhi... sentì il mio respiro farsi affannoso, le mie mani iniziare a tremare e alcune parole rimbombarono nella mia mente come esplosioni di bombe: "Capelli biondi, lisci e lunghi, alta, fisico attraente"... Josuè era abbracciato con mia figlia!

Salutai frettolosamente i due genitori e aggredito da un oscuro presagio, lasciai tutto e iniziai a correre verso casa mia: i miei occhi si fecero lucidi alla sola rimembranza di aver lasciato mia figlia influenzata. Corsi più veloce che potevo, ormai spinto dalla disperazione, attraversai i pochi isolati e nell'arco di pochi minuti giunsi a quella destinazione che per la prima volta, vedevo come una casa misteriosa: prima di entrare in casa tirai un profondo respiro e pregai Dio. Attraversato l'uscio della porta d'entrata, mi recai immediatamente in camera della mia creatura: mia moglie piangeva accanto al letto, dove la mia bambina era sdraiata con occhi chiusi...

- E' morta! - urlò mia moglie - E' morta per una banale influenza! - come poteva essere accaduto!? Non riuscivo ad accettare una simile verità, non credevo a ciò che vedevo, a ciò che sentivo... non poteva essere. Mi avvicinai lentamente al letto e le toccai il polso: non udivo alcun battito mentre il dottore, teneva il capo chino verso terra. Scoppiai a piangere e subito dopo corsi all'obitorio dove, dopo aver individuato il corpo, cercai di parlare con Josuè... non mi rispondeva, era andato via!

Dopo la morte di mia figlia il rapporto tra me e mia moglie si deteriorò: lei iniziò a frequentare un altro e, subito dopo chiese il divorzio. Oggi siamo separati anche se non ufficialmente.

Ed io? Ho cercato più volte di aggiustare le cose, di tornare ad una vita normale ma ogni tentativo è stato nullo! Se penso a mia moglie, a quella ragazza che conquistai con il mio cuore, tra le braccia di quell'uomo, desidero... morire!

Gianpaolo Roselli

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