Racconti Horror

N0TTATA TRANQUILLA


- Dove stai andando ? -
Me lo chiese come se non sapesse l'orario che avevamo fatto.
- A casa… non vedi che è l'una? -
Ne rimase sorpresa, come se non fossimo stati insieme abbastanza, quella sera. Era bellissimo stare con lei, prima o poi avrei dovuto dirglielo. Stava nascendo qualcosa.
- Beh… allora vai pure, ci vediamo presto… magari domani.. –

Me ne andai salutandola normalmente, come avevo sempre fatto; forse avevo
appena bruciato il momento esatto per darle un bacio, ma non me ne importava.
Certo non avevamo fatto altro che parlare di lavoro, come sempre, ma in modo diverso quella sera.
La strada era troppo buia in quel tratto che divideva le nostre case, neanche un lampione per dieci minuti; neanche un cane a pagarlo oro.

Decisi di lasciare la macchina fuori casa, tanto nessuno l'avrebbe portata via conciata com'era. Ero felice, non pensavo a nulla. Nell'euforia di entrare in casa e gettarmi nel letto a fantasticare sulla serata, non mi accorsi della novità che c'era fuori dal mio cancello. Strano vedere la cassetta delle lettere così spalancata. Ancora più strano vedere quello che sembrava un lenzuolo, impaccato all'interno. Potevo solo pensare che fosse uno scherzo, uno di quegli scherzi idioti per mandarti a letto impaurito, chissà chi poteva scherzare a quell'ora. Non sopportavo gli scherzi idioti.
Feci cadere quello che effettivamente era un lenzuolo bianco, per terra. Tentai di aprirlo con i piedi, solo per vedere se per caso ci fosse stata qualche sorpresina all'interno. Sembrava non ci fosse nulla ma aguzzando la vista vidi che c'era un piccolo disegno, nel bordo. Era la figura di un orologio, con tanto di lancette. Segnava le tre e trenta. Se qualcuno voleva mettermi paura, non c'era per niente riuscito. Feci finta di guardarmi attorno, con una faccia incuriosita, tanto per stare al gioco.
Lasciai lì il lenzuolo e andai dentro casa.
Teste di cazzo.
Appena sotto le coperte dimenticai subito lo scherzo ed iniziai a fantasticare. Chissà cosa fosse successo se l'avessi baciata, magari avrei passato la notte lì; mi sentivo un grande imbecille. Ma non ero pronto per farlo, la vedevo sempre al lavoro e questo mi avrebbe dato problemi, i colleghi, il capo.
No, avevo fatto bene.
Mi ero addormentato.
Non stavo sognando, ero nel buio del sonno più completo. Mi svegliai di soprassalto. Non avevo mai sentito suonare il campanello così, un colpetto leggero, un suono così frastornante. Il mio ritorno alla realtà.
Chi diavolo poteva suonare il campanello di casa a notte inoltrata? Non riuscivo ancora a capire se stavo sognando o se veramente qualche nottambulo aveva appena, veramente, suonato.
Ci misi un po' per mettere a fuoco quella figura che stava in piedi davanti al cancello, era completamente nera. Era un tale incappucciato; non riuscivo a vedergli il viso.
Non feci in tempo a dire una parola. L'uomo avvolse il lenzuolo attorno a qualcosa che aveva in mano e lo lanciò davanti alla mia entrata.
Rumore di vetri rotti.
Spostai lo sguardo verso quello che sembrava un barattolo di vetro. Si era rotto e ne fuoriusciva un liquido nero, denso. Appena rialzai lo sguardo la figura era sparita nella notte, non avevo sentito neanche un passo. Svanito nel nulla.
Mi avvicinai al barattolo rotto, allungai la mano… era sangue. Un barattolo pieno di sangue, feci uno scatto per allontanare la mano e mi tagliai, non sopportavo la vista del sangue; sia il mio e sia quello degli altri.
Corsi dentro casa. Mi resi conto che non era un sogno. Mentre mettevo la mano sotto l'acqua fresca il mio sangue scorreva dentro il lavandino; mi guardai allo specchio, vidi riflesso l'orologio… le tre e mezza.
Avevo paura.
Nessuno sa come sì può reagire in una situazione del genere. I polsi freddi, il mio cuore che sembrava stesse per esplodere, che mi volesse uscire dal petto. Sudavo freddo, non riuscivo a pensare, il tempo sembrava essersi fermato.
Perché?
Cercavo di dare una risposta a quello che era successo ma non riuscivo a trovarla, mi sfuggiva tra i mille pensieri che scorrevano impazziti nella testa. Forse era il membro di una setta, forse voleva solo spaventarmi e andarsene. Non avevo il coraggio di guardare alla finestra; non avevo il
coraggio di ascoltare rumori, non volevo sentire che era ancora lì, appena fuori della mia casa.
Poteva essere una vendetta di qualche genere, un'intimidazione; ricercai nella mente le ultime cose che avevo fatto. Non ricordai nulla. Magari mi era sfuggito qualche particolare, avevo offeso qualcuno… non ricordavo nulla.
Rumore di passi.
Quell'uomo era ancora lì, stava salendo le scale a passi lenti. Nessuno sa come sì può reagire in una situazione del genere, ero congelato, immobile. Il rumore sordo di quei passi e le vibrazioni mi stavano facendo scoppiare la testa. Stava arrivando alla porta di casa. Presi il mio fucile. I passi si fermarono. Strinsi la mia arma fino a farmi diventare bianche le nocche, tremavo come una foglia, respiravo velocemente, sussurravo parole incomprensibili. Tenni il fucile puntato alla porta, il tempo sembrava non passare, secondi sembravano ore.
Lo vedevo, vedevo la sua ombra dietro la vetrata; non riuscivo a metterlo a fuoco, le mie mani tremavano come impazzite.
La vetrata si infranse.
La sua mano entrò nello squarcio che aveva appena provocato, girò il pomello dall'interno.
Io ero pronto a sparare.
Aprì la porta.
Era davanti a me.
Sparai.

Un boato pazzesco avvolse la mia mente, le orecchie mi fischiavano; non pensai
a nulla. La sua veste si squarciò, una zaffata di polvere e sangue riempì l'aria davanti a me.
La figura cadde floscia su se stessa, morta. Mentre cadeva il cappuccio si sfilò.
Mio Dio.
Era lei, Jenny. Era la ragazza che avevo lasciato poche ore prima, la ragazza
che non avevo il coraggio di baciare. Stavo per svenire. Volevo morire.
Uno scherzo.
Girai il fucile verso me stesso, il freddo della canna in bocca.
Sparai.
Quella notte mi svegliai di soprassalto, un incubo tremendo. Avevo sognato di uccidere Jenny.
Decisi di baciarla appena l'avessi vista, anche davanti al capo ed a tutti i colleghi.
Nessuno sa come sì può reagire ad un sogno del genere.

Cristian Tommasini Aprile 2006

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