Non riusciva a capacitarsi
di come avesse potuto accettare di partecipare
ad un gioco così abominevole.
Era terrorizzato.
Infreddolito.
Sperduto.
La torcia che Jason gli aveva
dato all'entrata del cimitero, già
emetteva i primi sintomi di cedimento. La luce
bianca era divenuta tremula e fioca. Il cerchio
lattescente incontrava solo ciottoli e buche
sul selciato sotto i suoi piedi, incrociando
i volti pallidi delle piccole foto di ceramica
impresse sulle lapidi, ma non riusciva ad evitargli
di inciampare in rami e sterpaglie.
"Ma che ci faccio qui?".
Si ripeteva incessantemente da almeno mezz'ora.
"Ma perché ho
accettato questa stupida prova d'iniziazione.
Nemmeno m'interessa il loro circolo goliardico.
Cristo! Fra due settimane ho l'esame d'anatomia
e se muoio stanotte useranno il mio cadavere
per la prova pratica di sezione".
"Già parli da
solo Bob?".
La voce di Jason lo fece trasalire.
Non gridò per terrore, non per coraggio.
"Jason!".
"Non mi buttare le braccia
al collo, amico, non sei decisamente il mio
tipo", rispose il ragazzo ridendo. Prese
Bob sotto braccio e lo tirò di forza
dentro una cripta dal cancello spalancato.
La sala all'interno era
rischiarata dalla luce di qualche candela poggiata
sul pavimento di pietra. I confratelli del PKK
lo fissavano seri, addossati alle mura coperte
di lapidi con le mani affondate nelle tasche
dei jeans. Qualcuno teneva una sigaretta pendula
fra le labbra a mò di novello James Dean,
altri si limitavano a guardare con sprezzante
ironia il volto di Bob.
Dall'espressione divertita
che vide troneggiare sui volti dei suoi colleghi
di corso, capì di avere un'aria
realmente terrorizzata.
Tossì in modo impacciato,
si divincolò dalla stretta di Jason e
si portò al centro della sala.
"Allora?", chiese,
"tutta qui la tremenda prova iniziatica?".
I ragazzi si scambiarono occhiate
complici e Bob comprese che avrebbe fatto meglio
a tacere.
"Bene, bene, mio caro
Bob", disse Ector, il primo del corso
di chirurgia, nonché capo assoluto e
carismatico del mitico Pkk.
"La tua prova iniziatica
è appena cominciata".
Risa appena trattenute svolazzarono
per l'aria immobile e fremente di odori
stagnanti.
"Il tuo compito nella
vita, come futuro promettente medico, sarà
quello di salvare vite umane. Il tuo compito
questo notte, come futuro membro del Pkk, sarà
quello di affrontare la morte".
Urla d'approvazione si
levarono dall'assemblea.
"Non facciamo scherzi,
ragazzi", balbettò Bob, "che
significa esattamente affrontare la morte?".
"Semplice: hai letto
la simpatica iscrizione sulla volta di questa
antica cripta di famiglia?".
"No".
Ector lo invitò a seguirlo.
Una volta all'aperto, indirizzò
il raggio della sua potente torcia verso il
tetto della cripta:
"Caro data verminibus".
"E allora?" chiese
Bob con un filo di voce.
I due rientrarono nella sala
che ora era illuminata solo dal fioco bagliore
di un paiodi mozziconi di cera.
"Questa è la famosa
cappella Sellinger".
"La cappella sconsacrata?".
La voce di Bob era più incredula che
spaventata.
"Esattamente. Credo che
tu conosca già la storia, ma per dovere
di cronaca, reputo sia meglio ricordartela:
Sellinger uccise a colpi di fucile il suo stalliere,
sua moglie ed il suo figlioletto storpio, prima
di puntarsi alla tempia il fedele revolver e
metter fine alle sue peregrinazioni su questa
terra. La cosa in sé è già
abbastanzainquietante, ma a questo si deve aggiungere
la piccola diceria che dipinge il vecchio Sellinger
come un fedele adepto del Diavolo, per questo
la sua adorabile famigliola, e lui stesso, furono
sepolti dalla sorella in questa piccola, ma
accogliente, cripta sconsacrata".
Il silenzio nella sala divenne
palpabile.
"E questo cosa ha a che
fare con la mia iniziazione?".
"Tu dovrai trascorrere
la notte qui dentro. Solo con la tua piccola
torcia".
"C-cosa?".
"Il ragazzo già
se la fa sotto" bofonchiò divertito
Jason.
"Voi siete pazzi"
imprecò Bob.
"No Bobby bello, siamo
solo sadici!".
Altre risa si levarono all'affermazione
di Ector.
"E per quale ragione
dovrei sottopormi a questa follia?".
"Per entrare a far parte
della goliardia più esclusiva del campus"
disse il ragazzo in fondo alla cripta.
"Per essere invitato
alle feste più esclusive" aggiunse
un altro.
"Per avere le ragazze
più esclusive" ghignò Jason.
"Per dimostrare che non
sei un codardo" concluse Ector.
Bob si guardò attorno
con circospezione. La stanza non era molto grande,
forse quattro metri per quattro, la torcia posta
nel centro del pavimento sarebbe bastata per
illuminarla tutta, inoltre nella tasca interna
della giacca aveva un pacchetto di Lucky Strike
ed in quella esterna il fedele walkman per fargli
compagnia. Diamine aveva sezionato almeno venti
cadaveri da quando si era iscritto l'anno
precedente alla facoltà di medicina,
si era perfino addormentato nella sala settoria
per terminare di preparare quel benedetto esame
di anatomia, una notte in quel posto non poteva
di certo ucciderlo.
"Accetto" disse
baldanzoso.
Grida e fischi d'approvazione
accompagnarono la sua decisione.
I ragazzi abbandonarono la
cappella sfilandogli silenziosi alle spalle
ed augurandogli in bocca al lupo. Ector si trattenne
sulla porta della cripta e, prima di chiudere
il cancello, disse:
"Se non te la dovessi
sentire...".
Bob restò a fissarlo
attento.
"Grida...Forse il guardiano
del cimitero ti sentirà, e se sarai fortunato
non ti sparerà credendoti un ladro".
Rise allontanandosi.
"Bastardo figlio di puttana"
imprecò Bob fra i denti.
Si avvicinò alle sbarre
chiuse, accese la torcia e ne puntò il
raggio verso l'esterno: nulla, solo buio
e silenzio avvolgevano il viale alberato che
conduceva all'ingresso del cimitero.
Si voltò di scatto verso
le lapidi e gridò:
"C'è nessuno?".
Ovviamente nulla si mosse.
Nessun sussurro gli lambì l'orecchio,
né alcuna mano gelida gli si posò
sulla spalla.
Si avvicinò alle lapidi
cementate nel muro di pietra grigia.
"Lowrence Sellinger,
Margareth Mildred Sellinger, Stewart SellingerJr."
Lesse i nomi ad alta voce scandendoli
bene, come in una sorta di appello e tornò
a guadarsi alle spalle con occhi sgranati.
Silenzio.
Bene, pensò, la sua
immaginazione, almeno per il momento, era tenuta
egregiamente a freno dal suo autocontrollo,
niente allucinazioni.
Sorrise.
Pose la torcia accesa al centro
della sala. Il fascio di luce limpida rischiarò
l'ambiente a sufficienza per poter tener
d'occhio i quattro angoli della stanza
e la cancellata d'ingresso.
Si sedette sul pavimento con
le spalle appoggiate alla parete che fiancheggiava
le pietre sepolcrali, attese ancora qualche
attimo e quando si convinse di essere relativamente
al sicuro, sfilò il walkman dalla tasca
anteriore della giacca a vento e lasciò
che la musica lo avvolgesse azzerando il silenzio
che lo circondava.
Socchiuse gli occhi. Si accese
una sigaretta e dopo aver inalato affondo iniziò
a rilassarsi.
(Che sciocchezza), pensò,
(temere i morti. In fin dei conti come prova
iniziatica potevo attendermi qualcosa di peggio,
che so... mangiare escrementi, girare nudo per
il dormitorio del campus femminile, essere costretto
a fare proposte sessuali ad Emily Costing, la
sgobbona occhialuta ed obesa del quarto anno)
sorrise compiaciuto del suo coraggio, pregustando
la festa che la notte dopo avrebbe consacrato
il suo ingresso nel PKK.
Un movimento leggero ed indefinibile
attirò la sua attenzione.
Si sfilò gli auricolari,
prese la torcia e si avvicinò alla parete
affianco.
Gli ci vollero alcuni secondi
per individuare la sorgente del crepitio: dall'angolo
inferiore destro della pietra tombale di Stewart
Sellinger Jr. scendeva una polvere fine che
rotolava a terra producendo un suono simile
allo squittio di un piccolo roditore.
Bob seguì con la punta
delle dita il percorso del pulviscolo e trovò
il foro dal quale proveniva.
Si osservò perplesso
la punta dell'indice, l'annusò
e ritrasse il volto con una smorfia di disgusto.
"Oddio", mormorò
trattenendo un conato, "sembra carne in
putrefazione".
Si girò e lo vide.
Un ragazzo di poco più
di tredici anni, il volto regolare, ma solcato
da una profonda cicatrice che gli percorreva
l'intero labbro superiore fino alla guancia
sinistra, le mani uncinate e contorte strette
contro il petto e le gambe magre, quasi scheletriche,
che sporgevano da una camicia da notte bianca.
Il ragazzo lo fissò,
poi si portò un dito uncinato alle labbra
pallide facendogli cenno di stare zitto.
Bob era pietrificato. Non si
rendeva neppure conto di come non fosse ancora
svenuto. Si sentiva il volto insensibile, le
mani fredde e distanti, una sensazione di depersonalizzazione
si era impossessata di lui nell'attimo
esatto di quella bizzarra visione.
Il piccolo gli si fece più
dappresso. Bob indietreggiò, inciampò
nei suoi stessi piedi, cadde rumorosamente e
pesantemente sul suo muscoloso posteriore, senza
mai distogliere gli occhi da quelli del fanciullo.
Il ragazzino si sedette di
fronte lui, lo fissò con lo sguardo triste
e mesto:
"Ascoltami" disse.
La sua voce era leggera, quasi
impalpabile ed efebica, nessuna nota spettrale
la incrinava, Bob si sorprese a rispondere:
"Dimmi".
Il piccolo sorrise mostrando
una fila di minuti denti regolari. Anche le
gengive superiori erano solcate dalla medesima
cicatrice che lì si faceva ancor più
irregolare.
Stewart prese le mani del giovane
fra le sue. Un freddo glaciale investì
Bob fin dentro le ossa. Vide una luce abbagliante
e poi fu il buio totale.
Aprì gli occhi a fatica,
ed un raggio di luce gli ferì la vista.
Si trovava in una stanza da
letto.
Un piccolo scrittoio era posto
sotto ad una finestra spalancata. Non c'erano
quadri alle pareti, le mura erano scure e spogliefatta
eccezione per un piccolo crocefisso che pendeva
sopra la porta. Accanto al letto c'era
una sedia a rotelle sulla quale giaceva addormentato
il piccolo Stewart.
Bob si avvicinò, allungò
una mano e si rese conto con stupore che le
sue dita attraversavano con facilità
il legno scuro della spalliera.
Tentò di afferrare la
maniglia d'ottone della porta, ma il pomo
metallico gli attraversò il palmo.
(Incredibile), pensò,
(sono un fantasma...).
Qualcuno picchiò contro
l'uscio.
Bob si ritrasse verso lo stipite,
ma quando la porta si spalancò il materiale
ligneo lo passò da parte a parte, e la
cameriera con il pranzo sul vassoio lo attraversò
senza neppure accorgersene.
"Signorino Stewart, la
sua cena".
Disse compunta lasciando le
pietanze sul ripiano della scrivania, ed abbondando
la stanza con fretta nervosa.
Il ragazzo armeggiò
con disinvoltura con la sedia a rotelle. Volse
lo sguardo nella direzione di Bob, facendolo
trasalire, poi si dispose di fronte al piatto
fumante ed incominciò a mangiare.
Stewart era ancora più
pallido di come Bob lo rammentava. La cicatrice
che gli zigzagava sul volto era di un rossore
vermiglio, gli occhi spenti ed incavati lo facevano
assomigliare ad un buffo pierrot, le mani erano
ossute, rattrappite sui palmi e le gambe contorte
erano nascoste da una coperta di pizzo bianca.
D'un tratto smise di
mangiare.
Guardò intensamente
la finestra e gli stipiti di quest'ultima
si chiusero con fragore senza che il giovane
li avesse neppure sfiorati.
Quando la stanza fu immersa
nella penombra, Stewart gettò a terra
la coperta, giunse le mani di fronte al volto,
come immerso in una solitaria preghiera, e si
librò a mezz'aria.
Bob era esterrefatto.
L'espressione di Stewart
era di perfetta beatitudine.
Sembrava emanare una sorta
di luce soprannaturale. Un bagliore che gli
scaturiva dalle mani giunte, dagli occhi riversi
verso l'alto, dai capelli che gli svolazzavano
attorno al volto emaciato.
D'un tratto la porta
si spalancò.
Lawrence Sellinger entrò
con passo marziale nella stanza.
Guardò il figlio con
disprezzo.
Aprì la finestra e lo
fissò dritto negli occhi:
"Scendi", gli ordinò,
"smettila con questi trucchi da baraccone,
piccolo mostro deforme".
Stewart planò con dolcezza
sulla sedia, si coprì le gambe raccattando
la coperta da terra e ricominciò a mangiare.
"Sei stato la mia rovina",
proseguì l'uomo ruggendo, "da
quando sei nato nulla è stato più
lo stesso. La tua deformità, la tua faccia",
disse contorcendo il volto in un'espressione
disgustata, "e poi questo", aggiunse
additando il soffitto, "sei opera delDemonio,
ecco cosa sei" sbraitò.
Il ragazzo non disse nulla.
Continuava a portare il cucchiaio alle labbra
senza badare minimamente all'uomo che
lo stava aggredendo.
"Perchè sei venuto?"
gli chiese con distacco.
"Io e tua madre...".
"Come sta mia madre?",
chiese quasi sorridendo, "sono quasi tre
mesi che non la vedo. Vive ancora qui?".
"Certo che vive qui",
disse Lawrence urlando, "non riesce più
a neppure a pensare a te dopo quello che le
hai fatto".
Lacrime cocenti scesero sul
volto duro dell'uomo.
"Le sono guarite le bruciature?
Oppure il suo bel viso è rimasto deturpato
da quello spiacevole incidente?".
"Incidente? Le hai fatto
volare una candela accesa fra i capelli! Hai
il coraggio di chiamarlo ancora incidente?".
"Come lei ha il coraggio
di chiamare me errore" sentenziò
il ragazzo. I suoi occhi azzurro ghiaccio risplendevano
di una sorta di luce innaturale e spettrale.
Sorrideva. L'espressione più raggelante
che Bob avesse mai visto dipingersi su un volto
umano.
"Non voglio parlare con
te" sussurrò Lawrence.
Stewart riprese a mangiare.
"Io e tua madre andremo
in città per un paio di giorni",
riprese con fatica, " qui resterà
la servitù al completo. Tornerò
a farti visita la prossima settimana".
Uscì.
Le ore trascorsero pigre ed
inutili.
Stewart non si prodigò
in altri strabilianti esibizioni, ma si limitò
a restare disteso sul letto con gli occhi sgranati,
fissando un punto imprecisato del soffitto.
Bob attendeva di comprendere
perché si trovasse lì e soprattutto
come ci fosse arrivato.
Stewart si drizzò a
sedere, si massaggiò con forza le gambe,
poi chiamò a gran voce Elizabeth.
In pochi minuti una ragazzetta
magra e sciatta, con una cuffietta di crinoline
appoggiata su una cascata di capelli rossi fiammanti
ed una selva di efelidi che le costellavano
il volto scarno, fece il suo ingresso nella
stanza, e, dopo una breve riverenza, disse.
"Ha chiamato?".
"Sì. Massaggiami
le gambe".
La ragazza si sedette sulla
sponda sinistra del letto, mise gli arti contorti
del suo giovane e malato padrone sul suo grembo,
e cominciò a strofinargli con vigore
le caviglie.
"Tu hai paura di me, Beth?",
chiese Stewart volgendo lo sguardo verso la
parete opposta.
"No, Signorino, dovrei?".
"Tutti hanno paura di
me, Beth".
"E perché mai?"
chiese la ragazza sorridendo.
"Perché sono un
mostro" disse Stewart serafico.
La ragazza fu colta da un momentaneo
sgomento, si portò istintivamente una
mano alla bocca come per trattenere una parola
di troppo che stava per sfuggirle. Riacquistò
un minimo di contegno, e, ricominciando a massaggiare
i polpacci del giovane, aggiunse:
"Non è così
terribile il vostro aspetto".
Silenzio.
"Nel piccolo paese dove
sono nata, tanti ragazzi hanno... bhe... qualcosa
che non va".
"Spiegati meglio"
la esortò Stewart benevolo.
"Dicono che sia colpa
della fame e della miseria. Il cibo manca, l'acqua
è un lusso e tanti bambini soffrono di
stenti e non crescono, oppure crescono male,
come voi Signorino".
"Ma io non sono povero"
aggiunse divertito il ragazzo.
"Oh, lo so Signorino",
ridacchiò lei, "ma i disegni del
Signore sono strani. Forse il vostro male non
è causato dalla miseria" concluse
lei soddisfatta.
"Ed i ragazzi del tuo
paese, i poveri storpi del tuo misero paese,
sanno fare questo?" chiese enfatico.
Elizabeth non ebbe il tempo
di chiedere null'altro. Il suo esile corpo
si librò nell'aria e rimase sospeso.
La ragazza si guardò
i piedi con meraviglia e li cominciò
ad agitare divertita. Rideva e scalciava inebriata
da quell'incredibile esperienza. Stewart
si rabbuiò. Più la giovane emetteva
urla di giubilo, più i suoi occhi assumevano
quell'aria inquietante che aveva allarmato
Bob poche ore prima.
Beth finì scaraventata
contro la parete di fronte.
Picchiò la testa con
tanta forza da lasciare un piccolo incavo nell'intonaco
della parete, quindi scivolò lungo il
muro come una bambola di pezza. Un rivolo di
sangue vermiglio le sgusciò sinuoso fra
le labbra dischiuse. Giacque con gli occhi sbarrati,
morta.
Bob gridò senza emettere
suono.
La porta d'ingresso si
spalancò animata dalla volontà
di Stewart ed il cadavere di Beth volò
fuori dalla stanza.
Stewart si distese sul letto
e si addormentò.
Bob si destò come da
un torpore arcano. Era ancora lì, uomo
invisibile in un'epoca aliena, a spiare
una vita non sua, sospeso nel nulla di un delirio.
Stewart era di nuovo sulla
sua sedia. Il padre era seduto in lacrime sulla
sponda del letto, singhiozzava.
"Quando lo hai scoperto?"
gli chiese il figlio con voce ferma.
"Durante la prima notte
che abbiamo trascorso in albergo" la voce
dell'uomo era impastata, stentata.
"Lo ha chiamato dal telefono
della nostra camera, e... Oddio, quello che gli
ha detto", si fermò interrotto
da un ennesimo singulto, "sono amanti
da più di un anno. Si incontrano qui,
proprio nella nostra casa. Ha detto che lo ama,
glielo ha detto mentre ero nella stanza da bagno.
Credeva che non la sentissi".
Stewart si voltò verso
suo padre.
"Vuoi che li uccida,
non è vero?".
Lawrence si ammutolì,
acconsentì con un sofferto cenno della
testa.
"Tu vuoi l'aiuto
del Diavolo" aggiunse il ragazzo in preda
ad una risata isterica.
"Ho bisogno del tuo aiuto,
non avrei mai il coraggio di...di...".
"Va bene, lo farò".
Lawrence Sellinger fissò
il figlio con assoluta gratitudine e forse per
la prima volta nella sua vita lo amò
davvero.
"Ma ad una condizione".
"Quale?".
"Voglio morire".
"Cosa?".
"Da quando sono nato
mi avete trattato come un fenomeno da circo,
mi avete nascosto alla vista del mondo, rinchiuso,
escluso. Lo storpio che non poteva essere mostrato
alla gente, l'essere che aveva strani
poteri oscuri, il diavolo in persona. Non sono
nato cattivo papà", sussurrò,
"ma lo sono diventato. Il male è
l'unica cosa che mi abbia dato la forza
di sopravvivere. La mia mente è sana,
è soprannaturale, ma il mio corpo è
solo una prigione ed io voglio essere libero.
Voglio andarmene, fosse anche l'inferno,
sarebbe sempre meglio di questo" disse
picchiando con forza sui braccioli della sedia
a rotelle.
Lawrence si alzò, posò
una mano sulla spalla del figlio:
"Tu sei mio figlio, ma
ti ho sempre considerato la punizione per gli
errori che ho commesso. Ti chiedo perdono. Fai
ciò che hai promesso e sarai libero,
ed io con te".
Bob si trovò d'improvviso
catapultato all'esterno.
Si vagava in una specie di maneggio.
Una moltitudine di cavalli brucavano l'erba
attorno ai suoi piedi invisibili, il sole splendeva
alto e brillante nel cielo, l'orizzonte
terso e limpido scrutava con paziente benevolenza
gli uomini che si agitavano al suo cospetto.
Si avvicinò alla famiglia
Sellinger riunita attorno alla sedia di Stweart
intento ad accarezzare il muso di un baio recalcitrante
e nervoso.
Margareth era ritta al fianco del marito, disorientata.
L'ovale coperto da una veletta bianca
che nascondeva un rossore che le percorreva
l'intero volto, i resti dell'ustione
causata da suo figlio.
Lawrence era impettito, muto
ed assorto.
Lo stalliere era intento a
trattenere le redini del cavallo con cui Stewart
stava giocando.
Visto da fuori sarebbe parso
un commovente quadretto di famiglia: un'eterea
signora che insieme al compunto marito, tenta
di far divertire il figlioletto infelice.
Stewart si voltò verso
il vicino capannone del maneggio. Un fucile
a canne lunghe svolazzò silenzioso dalla
costruzione di legno fin nelle sue mani.
La madre gridò.
Il ragazzo le puntò
il fucile all'altezza del petto e fece
fuoco.
La donna fu scaraventata all'indietro
dall'impatto del proiettile. Compì
un'atletica piroetta su se stessa prima
di piombare sulla schiena nell'erba fresca
e bagnata dalla rugiada del mattino.
Una macchia vermiglia si allargò
sul pizzo del suo vestito candido, un foro scuro
e fumante sbirciava dal centro della macchia
come un occhio ciclopico.
Lo stalliere corse nella direzione
della donna. Stewart sparò ancora colpendolo
alle spalle, l'uomo morì riverso
sulla sua amata.
Lawrence si avvicinò
al figlio, ma lui lo colpì alla testa
con un ultimo colpo. Il sorriso sul volto dell'uomo
fece rabbrividire Bob più della stessa
serie di omicidi.
Si destò urlando.
La cripta era rischiarata dai
primi raggi dell'aurora. Era mattina,
la notte era trascorsa.
Si alzò a fatica e si
guardò attorno attonito.
Tutto sembrava esattamente
come lo aveva lasciato la notte precedente.
Ma lo aveva davvero lasciato?
"Un sogno", gridò
alla sala vuota, "è stato solo
un fottutissimo sogno!" .
Cominciò a piangere
e ridere all'unisono.
Saltava.
Urlava.
Rideva.
Era vivo, sano, e membro del
Pkk.
Jason giunse pochi attimi dopo.
"Hey, bello!",
esclamòsoddisfatto, "ce l'hai
fatta!".
"Puoi dirlo forte amico,
ce l'ho fatta" canticchiò
Bob.
I due uscirono dalla cripta
dandosi poderose pacche sulle spalle.
Il cimitero di giorno non incuteva
nessun timore, rifletté fra se e se Bob
divertito, solo una serie di innocue lapidi
spoglie ed anonime. Nulla che potesse fargli
del male.
Giunti nella Vitata, Ector,
che li attendeva al posto di guida, li accolse
con uno splendido sorriso, li fece montare e
si diresse sgommando alla volta del campus.
"Com'è trascorsa
la notte, grand'uomo? Sei riuscito a prendere
sonno o sei rimasto a fissare le lapidi con
occhi sgranati da cucciolo ferito?" chiese
Ector.
"Ho dormito come un bambino"
rispose Bob spavaldamente.
"Ma che bravo",
enfatizzò Jason, "il futuro dottore
ha coraggio da vendere, allora".
Arrivarono al campus in pochi
minuti.
Bob si tuffò sotto la
doccia appena giunto nel suo piccolo appartamento
studentesco.
Le immagini ancora vivide di
quello strano viaggio onirico gli affollavano
i neuroni. Aveva negli occhi i lampi delle detonazioni,
ma il ragazzo? Chi aveva sparato al ragazzo?
Scosse con forza la testa, scrollandosi di dosso
i pensieri e la schiuma dello shampoo.
Verso le undici della stessa
sera Jason lo passò a prendere per condurlo
alla festa in suo onore che il PKK aveva organizzato
per dargli il benvenuto nella confraternita.
Il circolo goliardico si trovava
in un vecchia costruzione, tenuta, a dire il
vero, in ottimo stato e posta all'estrema
periferia ovest del campus.
Dalla porta spalancata provenivano
le urla disperate dei Megadeth, un vecchio album
della band di Mustain rallegrava gli animi e
stordiva le menti.
Bob entrò gridando e
l'intera brigata gli rispose con un ovazione
di gaudio.
Una ragazza discinta, e già
quasi completamente ubriaca, gli gettò
le braccia al collo e gli fece scivolare la
lingua fra i denti, travolgendolo in un bacio
mozza fiato.
"Wow!!" urlò
Bob.
"Che ti avevo promesso
bello", gli fece eco Jason, "le
ragazze più esclusive e più disponibili
del campus ai tuoi piedi. Questo significa essere
un membro del PKK".
Bob passò da una birra
all'altra, da una bocca ad un'altra
per quasi tre ore, poi, stanco, si ritirò
in una delle stanze al secondo piano, alla frenetica
ricerca di un bagno.
"Buon Dio", sghignazzò
alla sua immagine riflessa nello specchio sopra
il lavabo.
Si sciacquò il volto
e si voltò.
Gridò.
Stewart era ritto di fronte
a lui.
I piedi penzolavano a quasi
dieci centimetri da terra, il volto cereo solcato
dalla cicatrice irregolare, le mani artigliate
lungo i fianchi.
"Hai ragione Bob",
sussurrò, "a me nessuno ha mai
sparato".
"Ma tu sei morto, sei...un...".
"Cadavere, ricordi Bob?
Caro data verminibus. Ca-da-ver. Cadavere. Non
hai sognato Bob".
Bob cadde sulle ginocchia.
"Ma tu sei morto, vero?".
"Oh sì, sono morto
di malattia quasi... cento anni fa, ma una mente
superiore non muore mai Bob, un fenomeno diabolico
come me non può morire Bob".
Il ragazzo gli si avventò
addosso ghermendolo con le mani adunche.
Bob gridò fino a svenire.
"Bob, ma che fine avevi
fatto, è quasi un'ora che Lucy
ti cerca. Quella donna è pazza di te
bello!" disse Ector cingendogli le spalle
con un braccio.
"Tutti sono pazzi di
me Ector" rispose Bob divincolandosi.
"Bob, ma come ti sei
fatto quella cicatrice sul labbro?".
"E' un ricordo
di famiglia", sorrise, "nulla più".
"Ma non l'avevi
ieri sera, e nemmeno questa mattina… anzi
non rammento di avertela mai vista...".
Bob si voltò verso Ector
e lo fissò con intensità.
Il capo del PKK si portò
le mani alla testa ed urlò di dolore.
Un fiotto di sangue gli zampillò dal
naso e dalla bocca spalancata, quindi si accasciò
a terra esanime.
La musica continuò a
tuonare.
Le ragazze a ballare.
Bob abbandonò la sala
levitando a mezz'aria.
Vampire Gennaio 2004 (ladyofvampires)
RACCONTI DELLO STESSO AUTORE: Anamnesi di un Delitto - Fumo
Email: racconti@occhirossi.it