pubblicato nel 1997
Barlow è un’anonima cittadina della California
Meridionale. La criminalità è bassissima e
i cittadini sono tutti amici. Questi uomini di provincia
nascondono però un terribile segreto: tutti i forestieri
che si fermano a Barlow scompaiono nel nulla.
La foresta circostante è infatti popolata dai Krull,
degli uomini primitivi e deformi, cannibali assetati di
sesso. Per evitare che i Krull facciano irruzione in città
depredando e uccidendo, i cittadini di Barlow sono costretti
a donare loro 8-10 persone al mese. Gli uomini servono ai
Krull come mezzo di sostentamento, mentre le donne servono
per la procreazione.
Rapiti, malmenati e spogliati, i turisti vengono perciò
condotti in uno spiazzo all’ingresso della foresta,
un posto dove svettano sei alberi morti. Proprio a quegli
alberi, i malcapitati vengono incatenati in attesa che i
Krull vengano a prenderseli.
La stessa sorte capita alle due amiche Neala e Sherri, che
avevano deciso di fermarsi a cena nel Ristorante di Barlow,
e alla famiglia Dills (padre, madre, figlia e fidanzatino),
che si erano fermati nel Motel.
Ma questa volta qualcosa va storto: Robbins, un componente
della “Squadra di Consegna”, innamoratosi a
prima vista di Neala, decide di tornare nella foresta per
aiutare la ragazza.
Prima di partire per la sua missione kamikaze, l’uomo
avverte Peg (sua sorella) e la piccola Jenny (sua nipote)
di quello che sta per fare: gli abitanti di Barlow non perdonano
facilmente chi fa degli sgarri ai Krull, potrebbero vendicarsi
sulle due famigliari di Robbins, perciò è
meglio che scappino immediatamente.
Per le due donne si tratterà di una fuga difficile,
così come per il gruppetto disperso nella foresta.
I Krull sono una brutta gatta da pelare..e non sono nemmeno
gli unici esseri assetati di sangue che si aggirano nell’oscura
foresta…
Sulla copertina di questo libro svetta la frase: “Qualunque
cosa Laymon scriverà, vi piacerà”
(D. Koontz).
Può sembrare la solita “slinguazzata”
tra autori sotto contratto della stessa collana (la Sperling),
scelta ad hoc per una copertina, e magari è proprio
così, ma ciò non toglie che Richard Laymon sia stato uno degli scrittori horror contemporanei più
apprezzati negli anni ’90 e, dal 2001 (anno della
sua morte prematura), tra i più compianti. Tanto
che il suo ultimo libro, uscito postumo, “Darkness
Tell Us” è stato definito in America “un
pipistrello uscito direttamente dalle grotte dell’Inferno”.
“Gli Alberi di Satana” (titolo originale: “The
Woods Are Dark”) è una delle sue prime produzioni,
risale al 1997, ma porta tutte le caratteristiche peculiari
di questo scrittore: linguaggio crudo e una storia che si
districa tra teen-agers, sesso sfrenato e violenza spaventosa.
Sangue, sessualità e violenza fioccano in ogni pagina:
se un lettore horror navigato può passare tranquillamente
attraverso scene di decapitazioni, squartamenti e mutilazioni
varie, è difficile non provare rabbia e/o disgusto
in occasione delle innumerevoli violenze sessuali perpetrate
sulle protagoniste femminili, Jenny compresa (la ragazzina
ha solo 12 anni).
Il libro è molto breve, nemmeno 300 pagine, ma ci
sono ben pochi momenti di pausa. Già alla seconda
pagina ci troviamo al cospetto di un Krull senza gambe che,
trascinandosi sull’asfalto, sfodera un ghigno animale
e lancia una mano mozzata nell’auto di Neala e Sherri.
Nonostante il ritmo serrato e la presenza di tre vicende
che si svolgono in contemporanea (i dispersi nella foresta
di dividono in due gruppi, mentre in città Peg e
Jenny sfuggono ai cittadini infuriati), è difficile
perdersi nella storia. Il narratore riesce a districarsi
a meraviglia, saltando da un personaggio all’altro
senza mai confonderci, pur cambiando continuamente il punto
di vista. Inoltre il linguaggio, pur essendo, come già
accennato, un po’ crudo, è molto semplice e
di facilissima comprensione, oltre che molto scorrevole.
I difetti di questo libro stanno sopratutto nella credibilità
di un paio di personaggi (Jenny, per esempio, da 12enne
appassionata di libri gialli si trasforma in un’omicida
spietata nel giro di poche pagine) e nel finale che lascia
il lettore con qualche interrogativo ancora aperto. Ma forse
è giusto così.
Daniele Del Frate Agosto 2005