Soprannome: *** Per molte persone i bambini che uccidono sono una cosa mostruosa, impensabile, da film horror. Eppure esistono e con il passare degli anni stanno diventando sempre meno rari. Su Occhirossi.it si può leggere la storia di Edmund Kemper, che ha ucciso i nonni a 15 anni e tutti noi abbiamo sentito parlare di ragazzini armati che fanno stragi nelle scuole americane.
Mary Flora Campana è una bambina
inglese di 11 anni, rabbiosa e desiderosa di fare del
male. Non è colpa sua, lei è solamente
il risultato di una famiglia spostata, dove l'abuso
è di moda. Un giorno come gli altri Mary sta
giocando con la sua amica del cuore, Nora Bell, quando
vede un ragazzino che saltella su di un muretto. Le
due bambine decidono di buttarlo giù, ferendolo
gravemente. Per gli inquirenti si è trattato
di un incidente, così come, qualche tempo dopo,
sarà classificata come incidente anche la morte
di un bambino di 4 anni, Martin Brown. Mary, perversa
come il peggiore dei serial killer, si presenta a casa
Brown per vedere il bimbo nella bara, ma nessuno ci
fa caso.
Due mesi dopo tocca a Brian Howe, 3 anni. Brian è
stato strangolato a morte, poi qualcuno, armato di forbici,
si è accanito sulle sue gambe e sul suo stomaco,
fino a tagliarli via. Agli occhi degli investigatori
risalta subito che il lavoro è stato compiuto
dalle mani di un bambino.
In poco tempo il cerchio si stringere intorno a "Fanny
and Faggot", ovvero Mary e Nora, fino a quando
le due ragazzine non vengono arrestate.
Confessano immediatamente: Nora giura di non aver mai
partecipato, ma di aver solamente assistito agli omicidi
di Mary. Impassibile durante gli interrogatori e i processi,
Mary è stata classificata dagli psichiatri come
"mente manipolatrice e molto pericolosa".
Verrà condannata nel 1968 per duplice omicidio.
Willie Basket è famoso per aver
cambiato la storia legale degli U.S.A.
È figlio di un assassino condannato a morte.
In realtà non ha mai conosciuto suo padre, ma
lo adora perché lo considera "virile".
All'età di 16 anni Willie ha già compiuto
2000 crimini in giro per New York: rapine, minacce,
risse, furto con scasso, diverse persone accoltellate
senza motivo. Basket uccide anche un coetaneo, poi inizia
a tendere agguati nei sottopassaggi pedonali. Qui sparerà
a due uomini, per il solo gusto di vedere cosa si prova.
Il ragazzo agisce in piena tranquillità e non
ha motivo di interrompere i suoi crimini. Sa bene che,
se dovessero arrestarlo, finirebbe in un riformatorio
fino ai 21 anni, poi sarebbe di nuovo in libertà.
Al momento dell'arresto il governo americano corre ai
ripari e, in soli sei giorni, disegna la legge anti
Willie Basket. Grazie ad essa, in molti stati degli
U.S.A. è necessario avere 13 anni per essere
processati come adulti. Per Willie questa legge significherà
l'ergastolo.
Cindy Collier, 15 anni, e Shirley Wolf,
14 anni, sono due ragazze Californiane. È il
1983 e le due ragazze hanno inventato uno strano gioco
per ingannare il tempo. Si aggirano per i condomini,
bussano a caso e, quando vengono accolte, rubano qualche
oggetto nella casa del malcapitato. Ma il gioco degenera
ben presto: le due ragazzine uccidono con 28 coltellate
un'anziana che le aveva scoperte.
Prese in arresto, confessano che uccidere è davvero
divertente e che avrebbero volentieri commesso un altro
omicidio.
Nel 1998 Joshua Phillips, 14 anni,
decide di uccidere a bastonate il vicino di 8 anni. Il corpo rimane nascosto per una settimana sotto il
suo letto ad acqua, fino a quando la madre non lo scopre.
Preso dal panico, Joshua uccide anche sua madre. Prima
la tramortisce a colpi di mazza da baseball, poi infierisce
su di lei con 11 coltellate. Joshua verrà condannato
per omicidio di primo grado.
1. GANG KILLERS: sono quei bambini che crescono in ambienti violenti o che hanno modelli di comportamento violenti. In questo modo imparano a ricorrere sempre alla violenza, sia per difendersi che per raggiungere ciò che vogliono. Questa classificazione include anche i bambini che fanno parte delle famigerate Baby Gang. Essere all'interno di una banda li fa sentire potenti e farebbero di tutto per ottenere il rispetto dei loro compagni.
2. FAMILY KILLERS: sono i bambini che uccidono membri della loro famiglia. Uccidono per vendicare abusi, sfogare un odio, per desiderio di guadagnare (ebbene si!), o addirittura spinti da un altro familiare. Un 14 enne americano ha arruolato il fratellino per uccidere i genitori e una donna ha incitato il figlioletto a uccidere suo padre. Terribile invece la storia di un bambino cinese, che ha perso il controllo quando sua madre lo ha mandato a letto troppo presto. Per la rabbia il bimbo ha ucciso suo padre con 37 pugnalate, sua madre con 72 e poi ha colpito 56 volte la nonna. In seguito si è lavato i capelli e si è messo a vedere una VHS.
3. CULT KILLINGS: può sembrare
incredibile, ma molti bambini si abbandonano a culti
demoniaci. In questo modo si sentono potenti, a molti
di loro piace inoltre l'idea di avere un mistico rapporto
con un altro mondo. Nascondersi dietro un fantomatico
culto demoniaco, concede loro la libertà di azione:
rubare, danneggiare gli altri, uccidere. Spesso dichiarano
che il sacrificio umano era loro necessario per aumentare
i propri poteri.
Roderick Ferrell ha 16 anni quando uccide i genitori
della sua ragazza e ruba la loro auto. Gli serve per
dare un passaggio ai suoi amici, con i quali gestisce
la setta del Vampiro di New Orleans. Preso in arresto,
Ferrell confessa che il vampiro gli ha ordinato di uccidere
più persone possibili, solo così si sarebbero
potute aprire per lui le porte dell'inferno.
4. PATOLOGICI: non tutti lo sanno,
ma anche i bambini possono soffrire di depressione e
schizofrenia paranoica, proprio come gli adulti. Se
non vengono diagnosticate e curate, queste patologie
possono trasformare il bambino in un soggetto pericoloso.
Quando era piccolo Sam Manzie è stato vittima
di abusi da parte di un altro bambino. Adesso Sam ha
15 anni, ma comincia a dare segni di un comportamento
violento. I genitori, preoccupati, lo portano da un
dottore che parla con Sam per circa 10 minuti. Alla
fine del colloquio, il dottore rimanda a casa Sam e
sgrida i genitori per la loro reazione esagerata. Tre
giorni dopo, all'uscita della scuola, Sam Manzie strangola
e violenta Eddie Werner, 11 anni.
5. SCHOOL KILLERS: sono bambini che
ricevono ingiustizie (prese in giro da parte dei compagni,
dispetti, umiliazioni da parte dei professori) all'interno
dell'ambiente scolastico. Questi soggetti inizialmente
si chiudono nei confronti degli altri, accumulano le
frustrazioni e cominciano a trasformarle in rabbia,
fino a quando non esplodono.
Michael Carneal, del Kentucky, ha subito per anni le
prese in giro degli altri studenti. Spesso gli hanno
rubato anche il pranzo. Così un giorno Michael
si presenta alla lezione di religione con una pistola
e fa fuoco otto volte, andando sempre a segno. Tre studenti
muoiono sul colpo, uno rimane paralizzato per tutta
la vita, altri quattro se la cavano con qualche ferita.
6. OMICIDI COMMESSI DURANTE UN ALTRO CRIMINE: è il 1986 e Sandy Shaw, 15 anni, ha bisogno di soldi. Il suo ragazzo è finito in prigione e la cauzione è molto alta per una ragazzina disoccupata. Così Sandy adesca James Kelly, 24 anni, e lo porta nel deserto del Nevada, dove la aspettano degli amici. James viene derubato di 1400$, quindi gli sparano 6 volte. Nei giorni seguenti Sandy porta diversi amici a vedere il cadavere.
7. SEXUAL KILLINGS: James Pinkerton Kelly ha 17 anni quando uccide una vicina di casa. Dopo averla aperta in due, James ha eiaculato nel suo stomaco, quindi le ha tagliato la gola e le ha strappato via i seni. Prima di essere arrestato, James ha il tempo per fare la stessa cosa ad un'altra donna.
8. HATE CRIMES: ragazzi che odiano una certa categoria di persone e sfogano su di essa la loro rabbia repressa. Spesso si vantano con i loro amici di aver liberato il mondo da questa determinata categoria. Due ragazzi americani di 17 e 14 anni hanno ucciso diversi uomini a colpi di pistola, poi sono passati ripetutamente sopra ai cadaveri con la loro macchina. Le vittime erano tutte gay.
9. BAMBINI CHE SI UCCIDONO: bambini solitari e depressi, ma anche bambini che si fanno violenza da soli nella speranza di portare dolore nella vita di altri. Come Jeremy, 13 anni, che si è tolto la vita a scuola, davanti ai suoi 30 compagni di classe. Alcuni dei ragazzi che hanno sparato nelle scuole americane erano semplici suicidi che volevano portare con se altre persone.
10. BAMBINI CHE UCCIDONO I LORO BAMBINI: spesso capita che una ragazza o una coppia di ragazzi uccida i propri figli (non voluti) per evitare la disapprovazione dei propri genitori, o per evitare la responsabilità di crescere un bambino, essendo loro stessi poco più che bambini. A New York, una ragazzina di 14 anni ha buttato dall'11esimo piano il figlio appena partorito. I genitori nemmeno sospettavano che fosse incinta.
Queste sono le categorie principali, stese dagli esperti dopo l'analisi di molti casi. Ma ci sono anche casi di ragazzi che uccidono per provare il brivido di togliere la vita ad un altro essere umano.
1924. Nathan Leopold e Richard Loeb hanno 19 anni, sono vicini di casa e sono molto amici,
praticamente si adorano. Un giorno di maggio i due ragazzi
progettano il crimine perfetto: rapire un bambino, chiedere
il riscatto e ucciderlo.
Arriva finalmente il grande giorno. I due si presentano
all'uscita di una scuola e scelgono come vittima il
piccolo Bobby Franks, un bambino che li conosce.
Bobby si fida, e sale a bordo della macchina dei due
ragazzi, dove viene strangolato e bastonato.
Direttisi fuori città, Leopold e Loeb denudano
il bambino e lo cospargono di acido per complicarne
il riconoscimento, quindi gettano il cadavere martoriato
in un canale sotterraneo.
Il giorno dopo i due 19enni preparano la lettera nella
quale richiedono un lauto riscatto.
Ma il crimine perfetto non esiste. Quando la polizia
trova il cadavere del povero Bobby trova anche gli occhiali
di Leopold. Inoltre non ci vuole molto a risalire dalla
lettera alla macchina da scrivere di Loeb.
Dichiarati in arresto, i due giovani confessano subito:
il loro è un omicidio compiuto da due intellettuali
annoiati. Volevano mettersi alla prova, misurare la
loro capacità di progettare e mettere in atto
un crimine senza essere catturati. Non interessava loro
quale bambino uccidere o come ucciderlo, avevano bisogno
semplicemente di un bambino incapace di difendersi.
Dimostrare rimorso non servirà loro per scampare
all'inevitabile condanna.
Alle 15.39 del 12 febbraio 1993, la
telecamera di sicurezza di un centro commerciale a Liverpool
riprende Robert Thompson e Jon Venables. I due passeggiano
tenendo per mano il piccolo James Bulger di 2 anni.
Di fronte a loro c'è una macelleria e in essa
la madre di James Bulger sta cercando disperatamente
il figlioletto allontanatosi senza preavviso.
Thompson e Venables sono due teenagers, non frequentano
la scuola perché preferiscono derubare le persone
e ingannare il tempo in maniere particolari. Questa
volta hanno deciso di compiere un rapimento. Ci hanno
già provato tempo fa, con una bambina di 4 anni,
ma gli era andata male.
Ben 38 persone avvicinano i 3 bambini durante le 2 miglia
che separano il centro commerciale dalla ferrovia, ma
nessuno decide di fermarli. Il bimbo di 2 anni ha anche
una ferita sulla testa, ma evidentemente per i passanti è cosa di poco conto. Non sanno che Thompson
e Venables ogni tanto si divertono a far cadere il bambino
sulla testa.
Il corpo esanime di James viene trovato in poche ore:
un treno lo ha tagliato a metà. Porta ancora
la sua giacchetta, mentre i pantaloni e le mutandine
gli sono state levate. È stato verniciato di
blu, gli hanno strappato il labbro superiore e una palpebra.
Le numerose cadute gli hanno lacerato lo scalpo. Sul
viso ci sono impronte che sembrano quelle degli zoccoli
di un cavallo (si scoprirà in seguito che sono
colpi di mattone) e gli hanno infilato delle batterie
nell'ano.
Le investigazioni durano solo una settimana, al termine
della quale i due colpevoli vengono arrestati mentre
si accusano l'uno con l'altro.
Dal processo emerge che Thompson è la mente e
Venables il braccio. I ragazzi confessano tutto in lacrime
e aggiungono di aver colpito con delle sbarre il piccolo
James prima di sdraiarlo sui binari.
Il tribunale inglese giudica Thompson e Venables come
adulti e li ha condannati ad almeno 15 anni di carcere
ma, in seguito al ricorso dei loro avvocati alla Corte
Europea per i Diritti Umani, il processo viene fermato
fino al loro compimento della maggiore età.
Secondo i competenti psichiatri che hanno seguito il
caso, i due teenagers non sono alienati e sono consapevoli
che hanno commesso qualcosa di criminale e sbagliato.
Non sono nemmeno psicotici. I due vengono da famiglie
agitate, Thompson ha subito anche abusi. Insieme i due
ragazzi si spronano a fare cose che non farebbero mai
da soli. Hanno paura di mettersi nei guai e, molto probabilmente,
se qualcuno li avesse fermati al centro commerciale,
loro avrebbero riconsegnato James alla madre.
Nel 1999 Nathaniel Abraham, 11 anni, è stato condannato per omicidio di primo grado
dal tribunale del Michigan, uno stato senza limiti d'età
processuali. Il bambino è entrato in possesso
di un fucile rubato e, per potersi vantare con gli amici,
ha sparato a un estraneo che passava di lì, il
18enne Ronnie Greene. La sentenza ha scioccato un intero
stato: secondo l'opinione pubblica, il bambino è troppo piccolo per capire che non doveva sparare.
Il fatto che non ci fossero protocolli per stimare la
capacità mentale di bambini piccoli come Abraham,
ha complicato ulteriormente il caso.
Due problemi difficili da risolvere:
bambini che uccidono altri bambini solo per divertimento
e bambini troppo piccoli per essere analizzati. Negli
ultimi anni, psicologi e psichiatri stanno portando
avanti degli studi approfonditi, con i quali sperano
di ampliare la conoscenza delle condotte infantili riconducibili
ai giovani soggetti sociopatici.
Già oggi i lavoratori sociali sanno riconoscere
i vari disturbi del comportamento che possono insorgere
fra i bambini e gli adolescenti. È una cosa importante,
perché alcuni di questi problemi sono segnali
di un futuro comportamento violento.
Nonostante questi progressi, rimane comunque difficile
diagnosticare disturbi mentali fra gli adolescenti.
In questa fase della vita, il bambino sta cambiando
e sviluppando la propria personalità, inoltre
molti degli atteggiamenti caratteristici dell'adolescenza,
come la rabbia, la sfida e l'inquietudine, sono identici
ai sintomi di alcuni disturbi mentali.
In generale un disturbo del comportamento
viene associato alla persistenza di certi atteggiamenti
durante l'infanzia e l'adolescenza.
Partendo da questi presupposti, sono stati delineate
sei categorie principali dei disturbi della condotta
infantile e adolescente (Conduct Disorder; Oppositional
Defiant Disorder; Disruptive Behavior Disorder; Adjustment
Disorder I; Adjustment Disorder II; Child or Adolescent
Antisocial Behavior). Esse raggruppano sia tutti i tipi
di disturbo, tra i quali troviamo la violazione delle
regole sociali, l'aggressione, il danno della proprietà,
le bugie, il furto, l'intolleranza per gli adulti, sia
tutte le categorie dei soggetti disturbati. Solitamente
si tratta di bambini iperattivi, con problemi di attenzione,
con difficoltà di comprensione e disorganizzati
(per esempio perdono regolarmente le proprie cose).
Tutti i bambini che rientrano in queste categorie di
disturbi del comportamento rischiano di diventare psicopatici,
pericolosi e senza rimorsi per quello che fanno.
Dopo uno studio su 81 soggetti, di
età variabile tra gli 8 e i 17 anni, aggressivi,
iperattivi, impulsivi e con dei deficit nelle capacità
di prestare attenzione, è stato abbozzato il
profilo comune del "bambino psicopatico":
- un padre assente
- abbandono o abusi da parte della madre
- una madre incapace di amare il bambino
- peso alla nascita basso o complicazioni al momento
della nascita
- reazioni insolite al dolore (per esempio insulti)
- mancanza di affetto per gli adulti
- presunzione
- bassa tollerazione alle frustrazioni
- abuso sugli animali
- crudeltà nei confronti degli altri
- amicizie brevi per tutta l'infanzia o l'amicizia con
un soggetto simile
- mancanza di empatia nelle amicizie.
In parole povere, i bambini cresciuti
circondati dalla violenza e dall'indifferenza rischiano
uno sviluppo patologico. I neonati e i bambini ai primi
passi hanno bisogno di sviluppare fiducia e sicurezza
per crescere sani. Se le relazioni all'interno della
casa non sono buone, difficilmente saranno buone quelle
instaurate all'esterno di essa.
Durante gli anni scolastici i bambini sviluppano invece
le abilità sociali che gli serviranno da adulti.
La violenza però glielo impedisce.
Tra i tre e i nove mesi di vita il neonato sviluppa
i legami con i genitori. Alcuni bambini sono "facili"
altri invece sono "difficili". I genitori
devono approfondire e aiutare la formazione di questi
legami, perché la mancanza di collegamenti con
gli altri è uno dei fattori principali dell'insorgere
di comportamenti asociali. Fiducia in sé, elasticità,
speranza, intelligenza, empatia sono essenziali al bambino
per la formazione di un carattere sano e per avere il
controllo sulla rabbia e sugli impulsi affettivi. Senza
queste abilità, i bambini non potranno mai stabilire
relazioni sane con altri membri della comunità.
Ma cosa spinge i bambini "difficili"
ad arrivare ad uccidere qualcuno? È solo colpa
dell'ambiente in cui sono cresciuti o c'entra anche
qualcos'altro?
Per spiegare la violenza tra i minori, esistono due
linee di pensiero principali.
In primis, secondo molti psicologi, gli atteggiamenti
violenti sono dovuti a modelli culturali e di comportamento
completamente sbagliati.
Praticamente siamo alle solite: questa linea di pensiero
punta il dito contro la televisione e i videogame violenti,
rei di desensibilizzare i bambini, rendendoli potenzialmente
pericolosi.
Una associazione medica americana ha
portato avanti degli studi per tutti gli anni '90, comparando
tra loro delle regioni in cui è molto presente
la TV e regioni che invece ne sono prive. Alla fine
dello studio, l'associazione medica è arrivata
alla conclusione che nelle regioni dotate di televisione
la violenza minorile è più alta. Addirittura
in una cittadina canadese, dove la televisione è
arrivata solo nel 1973, c'è stato l'incremento
del 160% tra i delitti compiuti da bambini.
Tra i sostenitori di questa tesi c'è un tenente
dell'esercito americano, un certo Grossman.
Secondo il tenente, la televisione e i videogiochi sono
colpevoli di divertire i bambini con la violenza. I
bambini si nutrono mentre guardano le violenze in tv,
così finiscono per associarle ad una routine
piacevole. Ridono quando avviene qualche violenza in
un film e vogliono solo vedere un certo tipo di film.
Per loro è come una stimolazione erotica.
I videogiochi invece li premiano con tanti punti: più
sono cattivi e meglio è. Grossman ha paragonato
i videogiochi ad alcuni metodi da lui utilizzati per
addestrare i soldati.
A sostegno della propria tesi l'associazione medica
americana e Grossman portano anche degli esempi: Barry
Loukaitis, 14 anni, che uccise un insegnate e due compagni
di classe nel 1996, era un appassionato del film Natural
Born Killers, mentre il bambino suicida, Jeremy, aveva
visto un videoclip dei Pearl Jam. Altri bambini hanno
dichiarato di aver ucciso perché ipnotizzati
da giochi di ruolo come "Dungeons & Dragons"
o "Vampire: The Masquerade". Due ragazzini
avrebbero ucciso con 45 pugnalate la loro madre solo
perché volevano ripetere le imprese dei protagonisti
del film "Scream".
Ma quella contro la violenza televisiva
non è l'unica ipotesi per dare una spiegazione
all'esistenza dei bambini assassini.
Torniamo a Joshua Phillips, il ragazzino che ha ucciso
il suo vicino di casa e ne ha nascosto il corpo sotto
il letto ad acqua. Durante il processo, i suoi avvocati
provarono a dimostrare che il comportamento di Joshua
era stato dettato da un EEGs (elettroencefalogramma)
anormale e dal ritmo del cuore sballato. In altre parole,
Joshua aveva agito sotto gli ordini del suo corpo.
Ci sono infatti diversi neuro scienziati convinti che
la violenza sia il prodotto di uno squilibrio fisiologico.
Alcuni di questi scienziati affermano che è completamente
una questione di interazioni chimiche del cervello,
mentre altri credono che la fisiologia e l'ambiente
siano connessi tra loro.
Tra questi ultimi c'è Debra Niehof, una neuro
scienziata che porta avanti i suoi studi da 25 anni
e che ha scritto il libro "Biologia della Violenza".
In esso la scienziata spiega la violenza secondo complessi
codici chimici del nostro cervello, atteggiamenti radicati,
reazioni emotive e processi fisiologici.
Per evitare figuracce, essendo il sottoscritto un
completo principiante nel campo neurologico, lascio
direttamente la parola alla stessa Niehof: "La
cosa più importante che ho imparato, dopo anni
di ricerche sul cervello, è che la violenza è il risultato di un processo di sviluppo, un interazione,
lunga tutta la vita, tra il nostro cervello e l'ambiente
che ci circonda."
La dottoressa è insomma convinta che l'ambiente
influenzi il comportamento violento. In poche parole,
se l'ambiente circostante si rivela sempre più
pericoloso, alcuni soggetti predisposti potrebbero reagire
violentemente, anche nei confronti delle persone sbagliate.
Nello specifico dei bambini, l'ambiente verso il quale
la dottoressa punta il dito è quello scolastico,
così pieno di insidie e minacce.
Con la sua teoria, la Niehof spiega
anche perché la maggior parte degli assassini
è maschio piuttosto che femmina.
Solamente il 15% degli omicidi sono infatti commessi
da donne, e la maggior parte di queste hanno raggiunto
la maggior età. Le motivazioni che possono spingere
una ragazzina a uccidere sono poche: vendicarsi di un
abuso, liberarsi di un testimone, guadagno e poco altro.
Difficilmente colpiscono un estraneo. Spesso la vittima
è un parente, ancora più spesso è il proprio figlio. Solitamente hanno complici o fanno
parte di una vera e propria banda.
Nessuno nasce per essere un violento, ma i maschi hanno
più possibilità di diventarlo. I comportamenti
antisociali tra i maschi sono tre volte più numerosi
che tra le femmine e i maschi sviluppano più facilmente delle fantasie sessuali basate sulla violenza.
A differenza di quanto si possa pensare, non è
tutta colpa degli ormoni. Secondo gli studi sugli umani
e sulle scimmie, il testosterone ha più influenza
sul desiderio di vincere e sull'irritabilità
che sul desiderio di lottare o uccidere. Dove sta dunque
la differenza? Secondo la neuro scienziata, i maschi
sarebbero molto più sensibili all'ambiente circostante,
aumentando così le loro possibilità di
abbandonarsi alla violenza.
Secondo Debra Niehof insomma, per ridurre la violenza
nel mondo basterebbe migliorare l'ambiente che ci circonda,
rendendolo più sicuro e accogliente.
Come al solito, io preferisco non sbilanciarmi
da una parte o dall'altra, lasciando al lettore la libertà
di pensare da solo quale sia la linea di pensiero più interessante.
Risolvere i problemi di bambini che hanno già
ucciso in fondo non risolve niente. La società
deve capire che anche nei bambini possono nascere intenti
omicidi. Alcuni di loro potrebbero uccidere senza la
consapevolezza di quello che stanno facendo. Bisogna
quindi insegnare ai bambini, fin dalla più tenera
età, la differenza tra il bene e il male, senza
vietargli la violenza televisiva o dei videogiochi,
ma cercando invece di spiegare loro che è qualcosa
di sbagliato e non un esempio da seguire. Ogni segnale
di asocialità, o di mancanza di rispetto nei
confronti di qualcuno, va segnalato in tempo e curato,
non ignorato.
Molto probabilmente la violenza nel mondo (televisiva
e non) non cesserà mai di esistere. Noi non possiamo
fare altro che stare in allerta, cercando di salvaguardare
i nostri bambini e intervenendo prontamente qualora
dovessero sopraggiungere sintomi di violenza.
"Sarai un serial killer, un assassino di massa. Stai attento e non dimenticare mai Dio. Sii religioso e progetta rapimenti di massa per preparare un nuovo mondo. Sii un ladro competente." (Istruzioni per se stesso, dal diario di Michael Hernandez)
DANIELE DEL FRATE 24-01-2005
E-mail : serialkiller@occhirossi.it
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