Soprannome: Il cannibale di Milwaukee Il Cannibale di Milwaukee e il Mondo intero fanno conoscenza per la prima volta e in modo del tutto casuale il 22 luglio 1991: Tracy Edwards viene fermato da una volante di polizia perché correva nudo, e in manette. Questi confessa di essere inseguito da un pazzo omicida e, in poco tempo, gli investigatori porteranno a galla una delle storie di Serial Killer più malata e depravata che si ricordi.
1978. Jeffrey non è più un ragazzino.
Ha lasciato da qualche anno il tetto di famiglia
sotto il quale è cresciuto, sotto il quale
è impazzito. Adesso è un alcolizzato
proprio come sua madre, lui però ha cominciato
anche a drogarsi.
Mentre percorre in auto la strada che va al suo
bar preferito, Dahmer incappa in un autostoppista,
Steven Hicks, 19 anni. Il cannibale lo fa salire
in auto, ci fa amicizia e lo invita a bere qualcosa.
Poi, con una scusa, lo invita a casa dove avviene
la mattanza.
Steven Hicks viene ucciso a sprangate, asfissiato,
smembrato e alle 3 di notte è ormai ridotto
a brandelli di carne dentro dei sacchetti per l'immondizia,
che Jeffrey carica in macchina.
Il giorno dopo verrà fermato dalla polizia
per un test per la sobrietà. Alla domanda
di un poliziotto sul contenuto di quei sacchetti
maleodoranti, Dahmer spaccia il povero Steven per
vecchia immondizia, destinata alla discarica più
vicina. Jeffrey Dahmer è un folle terribilmente
lucido e freddo. È il primo omicidio del
Cannibale di Milwaukee. Ne seguiranno ben altri
16.
Subito dopo l'omicidio di Steven Hicks, Dahmer
si arruola volontario nell'esercito e viene stanziato
in una base U.S.A in Germania. In quella zona, in
quegli anni, spariranno ben 3 persone. Jeffrey ha
sempre negato di essere stato lui e, di fatto, nemmeno
al processo gli è stata addebitata la responsabilità
per quelle scomparse.
L'esperienza da militare però finisce in
meno di 10 anni, cacciato con disonore per alcolismo
e insubordinazione.
Dahmer torna così negli States dove, nel
giro di pochi mesi, si becca diverse condanne per
atti di libidine violenta e per atti osceni in luogo
pubblico.
E adesso il Cannibale ha di nuovo fame.
Comincia a frequentare i locali per gay della città,
più per cercare vittime che per la compagnia
o per i liquori.Jeffrey abborda giovani maschi
omosessuali, li conquista, li conduce a casa. Solitamente
si spaccia per un fotografo, interessato a foto
di nudo maschile, promette anche lauti compensi.
Una volta entrati in casa i malcapitati vengono
drogati con dei cocktail a base di Halcion.
Mattanze, cannibalismo, necrofilia. Nella casa di
Dahmer avviene di tutto tra l'87 e il '91.
Anche un tentativo di creare degli zombie, degno
del peggior film horror di serie B.
Ad alcune delle vittime, mentre queste sono ancora
vive, Dahmer pratica infatti un foro al centro del
cranio e attraverso questo foro inietta dell'acido
cloridrico, o dell'acqua bollente.
La sua carriera da novello Dr. Mengele non avrà
però risvolti felici, perché i suoi
zombie muoiono tutti nel giro di qualche ora o dopo
qualche giorno.
Nonostante l'apparenza, Jeffrey "ama"
le sue vittime: le uccisioni, a suo dire, erano
sempre realizzate nel modo meno doloroso e sofferente
possibile.
E Jeffrey "ama" le sue vittime anche dopo
la morte. Quei corpi freddi e putridi sono infatti
assoggettati alle sue voglie: li sodomizza, ci si
masturba sopra, tutto come nelle sue fantasie adolescenziali. Un sogno divenuto realtà.
Cuore, muscoli e genitali finiscono in frigo o in
salamoia, pronti per essere cucinati. Interpellato
a riguardo, Dahmer ha confessato che, una volta
cotti, diventavano teneri e saporiti come il miglior
filetto, ma anche che il suo vero scopo era fare
in modo che le vittime diventassero parte di se.
Proprio come fanno alcune popolazioni tribali del
Sud America e dell'Oceania con i caduti di guerra
o con i parenti defunti.
Le teste invece vengono bollite per giorni in modo
da far sparire la materia celebrale e la pelle. I teschi sbiancati vengono decorati con pennello
e tempera, ed esposti su di una credenza a mò
di ornamento e di trofeo.
Nell'inventario della casa, stilata dalla polizia
in seguito all'arresto del Cannibale, figurano un
bollitore contenente due mani, un pene, diversi
testicoli. Foto di diversi stadi di smembramento,
teste ancora da bollire sul pavimento. In frigorifero
c'erano un cuore, un torso, un sacchettino contenente
pelle umana e alcuni sacchetti con vari organi interni.
Su di una credenza due teschi appena ripuliti, affianco
a loro diversi barattoli di agenti chimici. Nel
gabinetto tre teschi. In un guardaroba c'erano uno
scheletro completo, uno scalpo umano e alcuni genitali,
in basso invece una scatola contenente altri due
teschi. Al centro della camera da letto spiccava
una vasca contenente 260 litri di acido.
Proprio la polizia si fa sfuggire una prima possibilità
di fermare il Cannibale, quando un quattordicenne
d'origine asiatica riesce a scappare dalla casa
degli orrori. Due donne lo trovano e lo accolgono
e chiamano all'istante le forze dell'ordine.
Jeffrey è però il matto più
freddo e lucido della storia, si presenta alla centrale
e reclama che gli venga restituito il suo "fidanzato"
19enne, scappato in seguito a un litigio tra ubriachi.
La polizia cede e addirittura riaccompagna la "coppietta"
a casa di Dahmer.
La mattina dopo il ragazzo sarà "zombificato"
con dell'acido, morendo solo dopo giorni di coma. Mesi dopo quei poliziotti perderanno il lavoro.
Finalmente arriva il 1991 e, con esso, arriva la
fuga di Tracy Edwards dalla casa-mattatoio, arriva
l'arresto del Cannibale.
Come accade per diversi killer seriali, l'arresto
si rivela una liberazione, al quale segue una confessione
spontanea e accurata di tutti i crimini commessi.
La casa del mostro diviene meta di pellegrinaggio
di persone da tutto il mondo e di giornalisti. Nel
giardino cominciano gli scavi alla ricerca dei resti
umani che non sono stati trovati in salotto e in
cucina.
EPILOGO
Jeffrey viene condannato a 1070 anni di carcere
per l'omicidio, la necrofilia e il cannibalismo
di 17 persone.
L'infermità mentale richiesta dall'avvocato
difensore non funziona: Jeffrey si è dimostrato
troppo lucido, ha usato una perizia incredibile
nella scelta e nell'adescamento delle vittime e,
addirittura, faceva uso del preservativo durante
i coiti con i cadaveri, in modo da evitare infezioni
In galera cercheranno di ammazzarlo un sacco di
volte. Alla fine ci riesce, il 28 novembre 1994,
Christopher Scarver, un ergastolano in preda a deliri
mistici e che si considera la mano di Dio e che
colpisce Jeffrey alle spalle, mentre pulisce i bagni
della prigione.
Le deposizioni e gli atti del Cannibale di Milwaukee
sono tuttora in mano a eminenti medici che le utilizzano
per studiare e capire la psiche umana. La madre
propose, senza successo, di conservare il cervello
di Jeffrey, in modo da tramandarlo ai posteri.
A lui sono dedicati fan club in tutto il mondo,
libri e gli immancabili Cd musicali Death Metal.
RIFLESSIONE
Un giorno Jeffrey catturò in un parco un
piccolo setter inglese. Lo portò a casa per
sezionarlo e scuoiarlo come faceva d'abitudine con
gli animali morti. Ecco la sua testimonianza: "Quando
il cane mi guardò con quei suoi occhi così
espressivi, non potei fargli del male. Lo curai
e lo lasciai andare."
Chi era dunque Jeffrey Dahmer? Un pazzo omicida
senza nessuna pietà o un essere umano così
profondamente sensibile da aver varcato la sottile
linea che separa amore e odio, confondendoli e sfociando
nella più assurda follia?
"Egli è cresciuto in un ambiente molto
sanitarizzato della classe medio alta. Era il tipo
di ambiente dove l'oscurità della psiche
umana può essere sanitarizzata e repressa.
Non potevano permettersi lo stigma della malattia
mentale. Così la sua oscurità divenne
sempre più profonda, senza via di sfogo"
(Ashok Bedi, direttore dell'ospedale psichiatrico
di Milwaukee)
"Vostro Onore, è finita. Non ho mai
cercato di essere liberato. Francamente volevo la
morte per me stesso. Voglio dire al mondo che non
l'ho fatto per odio. Non ho mai odiato nessuno.
Sapevo di essere malato, cattivo o entrambe le cose.
Adesso credo d'essere veramente malato. Il dottore
mi ha parlato della mia malattia e di quanto male
ho causato. Ho fatto del mio meglio per fare ammenda
dopo il mio arresto, ma non importa, non posso eliminare
così il terribile male che ho causato. Vi
ringrazio Vostro Onore, sono pronto per la vostra
sentenza, che sono sicuro sarà il massimo.
Non chiedo attenuanti, ma per piacere dite al mondo
che mi dispiace per quello che ho fatto."
(Jeffrey Dahmer, dichiarazione di fine processo)
DANIELE DEL FRATE 17-10-2004
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