Serial Killer

ANTONIO BOGGIA

Foto del serial killer Antonio Boggia Soprannome: Il Mostro della Stretta
Luogo omicidi: Stretta Bagnera - Milano (Italia)
Periodo omicidi: 1849 - ?
Numero vittime: 4
Modus operandi: tagliava i cadaveri a pezzi con una scure; attività di necrofilia e necromania.
Cattura e Provvidementi: giustiziato e impiccato

Antonio Boggia, nato a Urio nel 1799, è conosciuto come il mostro di Milano o della Stretta Bagnera (zona dove abitualmente colpiva).
La nostra storia comincia il 26 febbraio 1860, quando Giovanni Maurier denuncia la scomparsa della madre Ester Maria Perrocchio. Già tempo prima, non l'aveva trovata è in casa e, insospettitosi, aveva chiesto notizie ai custodi del condominio, ricevendo in risposta che la signora Ester era partita. L'uomo perciò non si era preoccupato troppo, poiché conosceva bene il pessimo carattere della madre, tanto che anche con lui non aveva un bel rapporto.
Tornato a far visita alla madre a distanza di tempo, e non trovandola di nuovo, Maurier chiede ulteriori delucidazioni ai custodi dello stabile, che però sanno dare solo risposte evasive, costringendolo a sporgere la sopraccitata denuncia.
Inizialmente nessuno sa dire dove sia finita la signora Ester, ma poi un indizio porta ad Antonio Boggia, un capo mastro che la signora Ester conobbe per via di certi lavori da eseguire al caseggiato e che, in breve tempo, era divenuto amministratore dello stabile.
Da quando era partita la donna, proprietaria dell'intero palazzo, Boggia ne era il padrone assoluto.
Maurier rintraccia Boggia, chiede notizie della madre, ma si sente rispondere che la donna è in vacanza sul lago di Como. A testimonianza della sua spiegazione, l'amministratore esibisce delle lettere scritte da lei.
Sempre consapevole che sua madre è un tipo strano, Maurier decide di credere al capomastro, senza fare ulteriori indagini. Nel frattempo, Boggia, convocato dalla polizia a seguito della prima denuncia del figlio preoccupato, esibisce un mandato con il quale la signora Perrocchio lo aveva dichiarato amministratore unico in sua assenza.

Qualche tempo dopo, Boggia ed un suo aiutante contattano Maurier, per comunicargli la decisione della madre, ovvero, di trasferirsi definitivamente sul lago di Como, e di affittare l'intero palazzo ad un unico conduttore, con l'esclusione del proprio appartamento che rimarrebbe in comodato al figlio.
Invitato da un notaio per sottoscrivere tutto, Maurier smette di sospettare di Boggia  e si convince del fatto che la madre abbia deciso di farsi perdonare con un regalo inaspettato. Dopo aver concluso l'atto, apprende però dal notaio, che quest'ultimo aveva conosciuto la signora Ester esattamente il giorno che lui si era presentato con Boggia per rilasciare la procura.
All'epoca, il pubblico ufficiale si era insospettito dalla scarsa lucidità mentale della donna e si era rifiutato di stipulare l'atto, cacciando il capomastro dallo studio e presentando domanda alla pretura per un procedimento d'interdizione sulla signora Perrocchio. Tuttavia, il procedimento verrà presto archiviato, perché la donna è ormai residente a Como, fuori le competenze del tribunale milanese.

La due denunce fanno comunque aprire un fascicolo a carico di Boggia da parte del giudice Crivelli.
Dopo qualche indagine, risulta che Boggia è un piccolo imprenditore edile, che ha dichiarato il fallimento tempo prima e che per sbarcare il lunario svolge piccoli lavori di muratura e carpenteria. Partecipa spesso a delle aste, dove gode di ottima reputazione.
Chi lo conosce lo giudica un uomo timorato di Dio, un bravo cristiano e sempre pronto ad aiutare il prossimo.
Insomma, Antonio Boggia sembra proprio un tipo insospettabile, fino a quando il giudice Crivelli trova tra le scartoffie una vecchia denuncia per tentato omicidio di un contabile.
Secondo la denuncia, Boggia aveva attirato il contabile Comi nel proprio magazzino nella Stretta Bagnera, con la scusa di farsi controllare dei conti. Mentre il contabile era chino sullo scrittoio, Boggia gli aveva assestato un forte colpo di scure alla testa, tramortendolo. Ripresosi dal duro colpo, il contabile era riuscito a scappare e a denunciare il proprio aggressore.
Processato come colpevole e riconosciuto in stato di follia, Boggia era stato internato per alcuni anni in un manicomio.

Scoperti questi avvenimenti, Crivelli decide di interrogare Boggia, che però nicchia, dicendo di non ricordare nulla perché è affetto da forti mal di testa.
Il giudice passa quindi ad interrogare i portinai e gli inquilini dello stabile, sicuro di essere vicino alla verità.  
Uno dei portinai ricorda di aver visto l'ultima volta la Perrocchio il giorno in cui Boggia doveva aggiustare il tetto dello stabile. Una vicina ricorda invece di averlo visto scendere le scale con una grossa cesta fissata sulle spalle. Cosa poteva contenere quella cesta?
Viene disposta subito una perquisizione del caseggiato, perché il giudice è ormai sempre più convinto che Boggia sia un omicida.
Secondo la ricostruzione ipotizzata da Crivelli, Boggia avrebbe ucciso la Perrocchio e l'avrebbe seppellita nel palazzo (non potendo vagare per la città con un cadavere sulle spalle). Infine, con una falsa procura, avrebbe amministrato il palazzo.

La ricostruzione risulta presto perfetta: le ricerche danno i frutti sperati e viene ritrovato, nascosto in un sottoscala murato, il corpo della donna mutilato delle gambe e della testa.
Boggia viene condotto sul luogo del ritrovamento, riconosce la Perrocchio, ammette l'omicidio e ammette di averla uccisa con una scure.
Dopo l'omicidio, come sappiamo, con due complici si era recato dal notaio Cattaneo, presentando la madre di uno dei due complici come Ester. Il notaio però, fiutando l'imbroglio, li aveva mandati via. Il trio si era però presentato dal notaio Bolza, riuscendo a far passare la cugina di Boggia per la signora Perrocchio.

Nelle indagini successive all'arresto, il  giudice fa ispezionare i locali della Stretta Bagnera di proprietà di Boggia, dove vengono rinvenute le false lettere che l'uomo si faceva scrivere a nome di Ester. Vengono inoltre alla luce altre carte, appartenute ad un commerciante scomparso da qualche anno.
Interrogato, Boggia nega, ma gli inquirenti hanno capito di avere a che fare con un recidivo (il concetto di serial killer ancora non esiste) e lo accusano anche della morte di Serafino Gibbone, un manovale, e di Marchesetti, un benestante mediatore di granaglie. Entrambi visti in compagnia di Boggia prima di scomparire.
Proseguendo nelle indagini, viene scoperta un'altra vittima, un fabbro, Pietro Meazza, anche lui sparito nel nulla dopo essere entrato in contatto con Boggia.
Partendo dalla donna scomparsa, il giudice Crivelli aveva insomma scoperto tutte le macchinazioni di Boggia, che uccideva per derubare le povere vittime, però ancora non era stato rinvenuto nessun corpo.

Durante l'ennesima perquisizione del magazzino della Stretta Bagnera, viene finalmente trovata una stanza isolata dai passanti.
Boggia è agli arresti per l'omicidio della signora Perrocchio e si rifiuta di collaborare con il giudice, che invece da ordine di scavare in quella stanza così "privata"…e proprio lì sotto vengono trovati i tre corpi senza vita di Gibbone, Meazza e Marchesetti.
Boggia diventa così il mostro della Stretta Bagnera.
Durante la detenzione, si dichiara malato di mente e afferma di aver sempre fatto ciò che la testa gli ordinava e di non riuscire a dormire dal forte dolore.
Boggia vuol passare per pazzo, ma i giudici non cadono nel tranello, visti la premeditazione e il riscontro economico degli omicidi compiuti dal "folle".
Al termine dell'istruttoria, al mostro della Stretta Bagnera vengono imputati quattro omicidi e un tentato omicidio, più svariate truffe. Il processo dura solo cinque giorni e al termine Boggia viene condannato a morte. Nonostante i ricorsi in appello, per lui sarà confermata l'impiccagione.
Particolare curioso dell'esecuzione di Boggia, è che in quel periodo a Milano non vi era un boia di professione, così molti cittadini si offrirono volontari per togliere la vita a quest'efferato serial killer.
Il giorno fissato per l'esecuzione, Boggia viene giustiziato in pubblica piazza, davanti a moltissime persone di ogni età. Il corpo è stato sepolto, mentre il cranio è stato dato in custodia al gabinetto Anatomico dell'Ospedale Maggiore, che ne aveva fatto richiesta per studiarlo.
Con gli anni è (per fortuna) andato disperso.

Sara Di Marzio marzo 2007

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